giovedì 16 febbraio 2017

Immagine convessa – Da una arcana inquietudine… un animo combattente

recensione di  Nicoletta Mari 


https://www.faraeditore.it/html/filoversi/immagineconvessa.htmlI versi della raccolta Immagine convessa sono emblema di una interiorità inquieta e malinconica, in cui gli occhi diventano specchio dell’anima «Quante volte / ho tentato di amarti / ma non capivi / gli occhi, gli occhi / li hai guardati?» (p. 11). La poesia di Vincenzo D’Alessio risente della lezione pascoliana, sia nei temi che nello stile. L’odore della morte è costante «odore di mosto / odore di morte» (p. 45), così come il ricordo dei cari estinti «Dio del vento/riportami la voce/di mio figlio» (p. 38). Quella di D’Alessio è poesia del “sublime inferiore”. La musicalità del verso è resa dall’assenza di punteggiatura, dai frequenti enjambement, dalle anafore, dalle figure foniche dell’allitterazione «il turbine dei sogni / che volevano volare» (p. 37), dell’assonanza «nel tamburo del vento / batte controtempo» (p.48), della consonanza «l’odore si spande / nel coro di onde» e delle onomatopee «strilla / la campana nel borgo» (p. 14), «l’urlo della trebbiatrice» (p. 23), «il pigolio / alabastro del sole» (p. 65). Siamo dinanzi ad un linguaggio analogico, in chiave moderna, fatto di sinestesie «l’odore del grano» (p. 32) e analogie «gli occhi due stelle nel cielo» (p. 59). Il lessico è preciso e determinato, la natura è descritta con una nomenclatura specifica, l’autore canta «i gelsomini / l’edera / l’erba cedrina» (p. 13), «i cipressi immemori» (p. 15), «il melograno fiorito nell’orto» (p. 16) e il «rosmarino pungente» (p. 43). Nei versi è ricorrente l’immagine della luna, simbolo di leggerezza, reazione al peso di vivere «veglia di Pasqua / dorme la luna» e le «lune lontane» (p. 31) rimandano ai malinconici notturni di tassiana memoria, ove la malinconia non è altro che una tristezza diventata leggera. Da una arcana inquietudine emerge un animo combattente, una profonda passionalità che induce il poeta ad affermare «il sibilo della fiamma / è la mia anima» (p. 26).

Quasi Partita a Milano 24-2-17

Venerdì 24 Febbraio alle ore 18
Libreria Odradek, Via Principe Eugenio 28, Milano
Alberto Mori presenta il suo libro Quasi Partita

https://www.faraeditore.it/nefesh/quasipartita.html

con reading e riflessioni e ne discute 
con il filosofo Franco Gallo ed il pubblico


«L’accelerazione preferita per incrociare / invia diagonale imprendibile / Coordino della lunghezza / a ritrarre su traccia liftata istinto al gesto» (# 4, p. 26). Avete in mano dei versi guizzanti: le pause di bianco silenzio che li circondano sono il campo in cui mettere in atto una strategia per irretire l’avversario (dentro e fuori di noi), cercando di prevederne le mosse, di spingerlo al gesto non ponderato o semplicemente di stancarlo o magari di sedurlo. L’occhio del poeta Mori è allenato, sa inquadare in 9 “movimenti” le sequenze di questa Partita che è al contempo una coinivolgente partitura multimediale di suoni, immagini, scatti e tensioni e una metafora della vita. Siamo tutti chiamati a metterci in gioco al fine di rendere quel quasi un avverbio di taglio diverso che possa dare un senso di maggiore soddisfazione a tutte le energie e alle polarizzazioni di cui si nutrono: «Senza risparmio per la rimonta / Le velocità abbattono / I giochi spianano / Si mantiene intanto il propositivo / Dal fondo cresce con strategia naturale» (# 6, p. 34).
«Stretto tra l’arte dell’astuzia agonistica e la scienza della preparazione fisica e mentale, questo gioco da gentlemen che è intimamente crudele e consuma l’animo con un logorio permanente, vero avversario infido di ogni tennista, permette oggi al suo spettatore un apprezzamento completamente esteriore, offerto mediante l’esperienza di prospettiva multiangolo.» (Franco Gallo)

Alberto Mori (Crema 1962), poeta performer e artista, sperimenta una personale attività di ricerca nella poesia, utilizzando in interazione altre forme d’arte e di comunicazione. Dal 1986 ha all’attivo numerose pubblicazioni. Nel 2001 Iperpoesie (Save AS Editorial) e nel 2006 Utópos (Peccata Minuta) sono stati tradotti in Spagna. Per Fara Editore ha pubblicato: Raccolta (2008),Fashion(2009),Objects(2010),Financial(2011),Piano(2012) ed Esecuzioni(2013),Meteo Tempi (2014),Canti Digitali (2015). La produzione video e performativa è consultabile nell’archivio multimediale dell’Associazione Careof / Organization For Contemporary Art di Milano. Dal 2003 partecipa a Festival di Poesia e Performing Arts fra i quali: V Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (Lisbona, 2005), Biennale di Verona (2005 e 2007), IX Art Action International Performance Art Festival (Monza, 2011), Bologna in Lettere (2014, 2015 e 2016). Negli ultimi anni è stato più volte finalista al premio di poesia L. Montano della rivista Anterem di Verona. Website:www.albertomoripoeta.com
Postfazione di Franco Gallo
Copertina del libro di Alberto Mori
Scheda del libro per ordinazione: http://www.faraeditore.it/nefesh/quasipartita.html
Info Libreria Odradek Milano :http://www.odradek.it/html/librerie/libreriamilano.html

domenica 12 febbraio 2017

Ai miei giovani

di Vincenzo D'Alessio

 
San Valentino torna
nella scia del maestrale
neve ai monti, in basso
il temporale gonfia grondaie

Bevo il the serale agli agrumi
(a te piaceva tanto il profumo )
nella stanza colma di libri

sorrido ai vetri appannati
il focolare stride

cosa vuoi ?, guardo in cielo
Venere si specchia nel tramonto
unica donna del mio vivere
così vicina al Sole.



14 Febbraio, 2017 

 

 

giovedì 9 febbraio 2017

Tre “biglietti” per l'Orlo invisibile di Germana Duca


http://farapoesia.blogspot.it/2017/01/vita-e-natura.html




da p.
Domenico Ronchitelli
 

Gent.ma prof.ssa Germana, 

ho fatto leggere le sue poesie a p. Giovanni Arledler, scrittore della nostra rivista, e ora le mando il pdf con il giudizio che lui ha dato.
Anche se non facciamo una recensione del libretto, in una delle prossime pubblicazioni lo metteremo tra le “opere pervenute”.
Un cordiale saluto e un augurio di buon lavoro e attività letteraria.
p. Domenico


«Mi pare che quanto scritto nella Prefazione e nella Postfazione del libretto di Germana Duca sia talmente esauriente e profondo che non si possa aggiungere altro. Sì, perché come scrive Alessandro Ramberti, occorre condividere esperienze e, unendo il vissuto a un senso fortemente religioso, l’impresa è ardua, molto personale. Mi colpisce l’importanza di aver caro un mondo poetico e culturale, molto ricco e articolato, di aver a cuore la città di Urbino, per poter amare con una visione grande e solida … La poesia sembra semplice, naturale, ma è molto curata e intensa. Credo che Orlo invisibile possa trovare numerosi lettori che lo avvicinino con attese diverse e magari venga letto e condiviso da amici per riscoprire quel gusto di esprimersi e di comunicare che molti auspicano ai nostri giorni… » (p. Giovanni Arledler S.I.)



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da Daniele Gigli
 
Subject: Orlo invisibile, Manni 2017


Gentile Germana,

anzitutto mi scusi se non perpetuo anch'io la bella usanza di mano penna e carta, ma mi conosco e temo che, se tentassi di scrivere e imbucare la risposta, rischierei di finire con il procrastinare ad aeternum…
Ho ricevuto Orlo invisibile qualche giorno fa, con gran lusinga, perché mi sembra sempre un bell'attestato di stima che qualcuno mostri il desiderio di essere letto proprio da me. Così, questo weekend mi sono regalato la lettura del suo libretto e ne sono uscito confortato per diverse ragioni. Anzitutto, proprio per il fatto che è un libretto: ho le tasche piene di libri corposi per ragioni editoriali e necessariamente non essenziali, diluiti, discontinui… Il suo è compatto, anzi, diciamo armonico se compatto è parola troppo rigida, e a mio parere di livello omogeneo: con ovviamente picchi in altezza e testi meno belli (solo due non mi sono proprio piaciuti, glielo confesso), ma tutti degnissimi e pensati. E siamo così alla seconda ragione di conforto: lei ha un pensiero forte, che forse nemmeno le interessa trasmettere ma che, essendo forte, trasuda. Ha un giudizio sul mondo e sulle cose, vive dando un giudizio sul mondo e sulle cose. Ma, terza ragione del mio conforto e unica - a mio parere - che rende un tentativo di poesia opera d'arte, lei ha coscienza del linguaggio, della specificità dei mezzi e soprattutto dei fini: lei scrive, mi sembra, per poter dire alla fine “com'è bella” ancor prima di “com'è vera”, vivendo così la specificità dell'arte tutta, che può arrivare, anzi cacciare il vero solo cercando anzitutto il bello.
Mi spiace di non andare più in dettaglio, ma non faccio più microcritica da anni, se non per uso personale (cioè per rubare soluzioni e intuizioni che trovo utili alla mia, di arte) e spero e credo che le note che le ho dedicato siano le più utili e sincere che possa offrirle. Senz'altro sono le ragioni che mi porteranno a seguirla con attenzione in futuro e a riprendere in mano e far conoscere ad altri il suo bel libretto.
Grazie ancora per avermi scelto. Un caro, sentito saluto

Daniele Gigli
Piazza Neruda 10 - 10093 Collegno (TO) 



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Rosa Elisa Giangoia


Carissima,

ti ringrazio di esserti ricordata di me e di avermi mandato il tuo libro che mi ha dato occasione di leggere belle poesie, tra fantasia e ironia, con felici soluzioni espressive, specchio di una vita vissuta e osservata con occhio acuto e umana consapevolezza.
Ti auguro buon proseguimento nel tuo lavoro letterario, con tanti cari saluti.
 

mercoledì 8 febbraio 2017

C’è una danza nel testo: su Quasi Partita


Alberto Mori, Quasi Partita, FaraEditore 2016

Nota di lettura di Alessandro Assiri

https://www.faraeditore.it/nefesh/quasipartita.htmlDi Alberto ho sempre ascoltato i suoni, il rumore dei bancomat, il frastuono dei bar, gli acuti e i semitoni delle sue Esecuzioni, il tintinnio delle chiavi le consonanti aspirate e le vocali… poi ricevo in lettura quest'ultimo lavoro Quasi Partita e separo il performer: ritrovo il poeta. Uno spettatore attento seduto in gradinata che risolve l'enigma dei gesti pronunciandoli, così che il corpo della parola si pieghi, si affatichi. Un incontro giocato dagli occhi dello spettatore che in qualche modo anticipa la partita, negli schemi perfetti dove si sa prima dove batterà la palla. C'è una danza nel testo, una sorta di armonia di estensioni di curve e di ricercate traiettorie. Sì è vero sembra tennis, ma senza rete, la mimica del nulla perché qui non conta il risultato, eppure c'è un agonismo, un gioco possente di gambe e di fiato, una cronaca intatta di movimenti perfetti. Chi scava e chi contempla come nel quasi esergo di Camus o davvero quel “quasipartita”, ma non ancora tornata.

Tutto sfocia nel “quasi”

Alberto Mori, Quasi Partita, Fara Editore 2016

nota di lettura di Maria Grazia Martina


https://www.faraeditore.it/nefesh/quasipartita.html
Segmenti di tempi, parole, immagini tragittano dal #1 al #9.
Passaggi dallo sguardo alla penna alla tastiera.
Nel ritmo della digitalizzazione, la parola rimbalza, rintraccia, ripercorre, torna a stabilire una posizione di bilancio concettuale che sfuoca nella concentrazione poetica.
Tutto sfocia nel “quasi”.
Il gioco anagramma il tempo della sfida: dalla “palla” alla “carezza liftata”, “riprende”, “prosegue” veloce sulle percentualmente vuote pagine, “campo aperto” visivo dell’attacco poetico e del contrattacco dell’azione.
In Quasi Partita, nasce il vuoto dell’istante, un vuoto tra il farsi e il non farsi.
In quest’attimo di non tempo rimane la possibile ripresa nel tocco prossimo.
Una prossimità evocata, intuita, ma soprattutto progettata dal poeta:
Un disegno preciso.
Ritmo dell’ansioso rincorrimento senza ostacoli (punteggiatura assente), un ritmo di ciò che rimane inespresso che il “quasi” serba in sé.
Come la Poesia.
Alberto Mori qui apre, nella metafora del gioco, un rapporto faccia a faccia col suo
alter, la Parola. Registrata nel tempo della carambola del ludico senso del pensiero, un coup de dés.

mercoledì 1 febbraio 2017

Carmine TROISI: il poeta innamorato di Cristo

di Vincenzo D'Alessio & G. Culturale F. Guarini







Il quattro ottobre del 1866, nell’abitazione paterna situata in “Capopiazza” nella cittadina di Solofra, nasceva un bambino al quale fu dato il nome di Carmine, Antonio, Nicola ed il cognome TROISI. 


Solofra (AV), era allora una cittadina operosa come scriveva un altro grande poeta conterraneo nel suo Pantheon Solophranum (Carmen) pubblicato nel 1886: «Vi corrono vistose, e comode strade vuoi per transito, vuoi per passeggio (non esclusa la Ferrovia con la rispondente Stazione). Non vi manca l’illuminazione notturna: vi trovi pubbliche Fontane a dovizia, fluenti acque freschissime, e salubri. Opificii del Battiloro in antico molteplici, e famosi; Fabbriche per la concia de’ Cuoiami, e delle Pelli, di cui alquante dirai non inferiori alle più simili specie, rinomate: Macchine idrauliche per sfarinare granaglie e corteccia: una pubblica Piazza, ricca di Negozi, in cui, secondo la varietà delle stagioni, avrai ogni cosa venale: eleganti Farmacie, e Speziarie Manuali, e caffè. (…) Il suo popolo pacifico, intellettivo, ospitale, laborioso, prima di essere stato quasi interamente esterminato dal flagello della Peste del 1656 oltrepassava le 10000 Anime» (pag. 7).

Carmine aveva nel cuore un immenso amore per la sua terra natale e per la vocazione sacerdotale, nata nel petto in tenera età davanti all’ostia consacrata. Della sua immensa dignità sacerdotale ne parla ampiamente il chiarissimo professore don Michele RICCIARDELLI nel volumetto da lui curato dal titolo: Tre uomini di fede (Solofra, 2000).

Scrive a tal proposito, nella breve biografia, nel volume realizzato dalla professoressa Mimma De Maio dal titolo: L’ottimismo dell’umanità (Ed. Accademia Solofra, 1984): «(…) Fin dalla tenera età sentì il richiamo alla missione sacerdotale che fu sempre consona alla sua indole e che lo portò, infine, ad essere Primicerio della Collegiata di San Michele Arcangelo in Solofra. Lo vediamo anche presente nella vita civile, come consigliere ed assessore al comune. Profuse le sue doti migliori nell’educare i giovani. Alla sua scuola privata si formarono, in più di mezzo secolo, tanti giovani solofrani, che da lui apprendevano, accanto al latino, anche ad essere cristiani coerenti e cittadini responsabili» (pag. 11).

I suoi sonetti “volanti” vengono commentati in questo volume dal professore Michele GRIECO, già sindaco di Solofra, con le seguenti parole: «(…) Bentornati, sonetti volanti , che con una cadenza antica ci venite a rinnovare, a rievocare, in un momento di esperienze liriche fra le più rischiose e innovatrici, atmosfere d’altri tempi, con movenze e accenti e pennellate pascoliane e zanelliane, quelle vecchie cose e quei palpiti su cui indugiava malinconicamente e pateticamente il sorriso dolce amaro di Guido Gozzano» (pag. 5).

Mirabile è il sonetto scritto durante il soggiorno a Roma negli anni che vanno dal 1892 al 1916, città materna perché vi era nata sua madre, donna Michela Gisolfi, e per l’amore eterno che egli nutriva per il luogo più sacro della Cristianità:

La cupola

Di contro al ciel soffuso di zaffiro,
in vaga, vaporosa lontananza,
come sdegnando la terrena stanza,
la Cupola librarsi alta rimiro.

Ne l’ampio, aereo suo trionfal giro,
dai sette colli, su le nubi avanza,
bella di leggerezza e d’eleganza,
vertice, eterno d’anime sospiro.

Olimpo novo è tal celeste mole,
ove di Cristo maturò la pianta,
faro a l’errante, uman , mutabil prole.

Ed è ad un umil pescator che tanta
macchina torreggiante incontro al sole,
in sue superbe linee, gloria canta.


(ivi, pag. 107)


L’anno appena trascorso ha segnato i centocinquant’anni dalla sua nascita. Una semplice lapide marmorea ricorda agli abitanti della città natale la bellezza della sua immortalità conquistata tra le gigantesche mura della Collegiata di San Michele Arcangelo davanti agli uomini e nelle arcate della Città Celeste del Cristo che ha tanto amato durante tutta la sua vita.


L'Amore è alla base di tutto

Marco Colonna, "Ani+ma", poesie, FaraEditore 2016
recensione di Federica Vasconi



La raccolta di poesie "Ani+ma", segnalata dal concorso Faraexcelsior, viene suddivisa dall'autore Marco Colonna in quattro sezioni: Madre, Vita, Terra e Amore.
Nella prima sezione, composta da liriche di una dolcezza infinita, viene donato alla Madre il respiro poetico dell'autore: il rapporto tra essi è struggente, ma allo stesso tempo intimo, e il figlio si prende cura della madre con un amore profondo e indescrivibile, sentendo l'abissale dolore del distacco, che ci obbliga di fronte all'estremo addio di una persona a noi cara. Il poeta ripercorre senza timore il rimpianto ("Tocca le carni / l'ultimo sguardo piangente / io non ti ho trattenuto / e non ti ho salvata. Avessi avuto / mani onnipotenti, quando era tempo, / e non le leve piccole d'amore / che il mondo smuovono eppure nulla tengono / che non sia cosa da poco, solo terra, / e tanto più colei che ho amato / e vita mi ha donato partoriente.") e il legame indistruttibile con colei che gli ha donato la vita.
Nella seconda sezione il poeta parla della Vita: "Come secchio forato / dal tiro casuale della vita / perdiamo parole, senso e sangue / goccia a goccia, come pioggia / siamo l'acqua che scompare / per effetto del fuoco che ci brucia dentro / lasciamo di noi a stento traccia smorta / che l'aria sperde sempre con il vento".
Nella terza sezione il poeta parla della Terra, legata alla Vita; la Terra è il luogo in cui si nasce e il luogo in cui si muore ("Nello spazio che divide / l'alba dai tramonti, / vento non sale oggi / ad ammalarsi tende / al gocciolio di noi, / invisibili votati / a scomparire / nella terra che ci chiama."), tranne per i pesci: "Strano destino morire in terra dura / per chi nuotava al buio degli abissi". 
Nella quarta ed ultima sezione, il poeta parla dell'Amore, oggetto senza il quale né la Madre, né la Vita, né la Terra potrebbero esistere. L'Amore che descrive il poeta è un amore che lega la carne al cuore, due creature nella nobiltà di spirito, senza tralasciare la passione dirompente che cattura gli amanti e si trasforma in amore puro ("... E ci sorprende di trovare le nostre mani strette nel riposo."): è un amore, quindi, totalizzante.
Con questa raccolta, Marco Colonna ci guida a diverse riflessioni, perché la poesia ha lo scopo di insegnarci qualocosa e di scuoterci l'anima e la mente, lasciandoci un segno indelebile. 

Nuvole sparse: Giancarlo Sissa

Avessimo cielo
(poesia per pensarci con gentilezza)

Ascolta. Come se si. Potesse. Ascoltare il cielo. O quello. Che ne resta. Vedi cosa. Serve per credere. Che nevicherà. Ancora. Quel sale di luce. Che. Cuoce il pane. Accanto. Al fuoco. Dei giorni. Il nostro. Cielo è così basso. Che non lo. Bombardano. Luci e voci. Nascoste. Nei monitor. Della sconfitta. Avessimo solo un po’. Più di cielo. Un po’ più di passi. Verticali. Verso i fiumi altissimi. Del ricordo. Del grande. E gentile prima. Avessimo un cielo ancora. Da pregare. Con mani ed occhi. Con lo sguardo. Acceso. Nello sguardo. Potremmo. Chiamarlo sottovoce. Sorridendo lentamente. Come. In un. Risveglio.”

Giancarlo Sissa

(inedito)

lunedì 30 gennaio 2017

Quasi partita di Alberto Mori: l'uso elastico della parola

Alberto MoriQuasi partita, FaraEditore, 2016
recensione di Vincenzo D'Alessio

https://www.faraeditore.it/nefesh/quasipartita.html

Roger Federer, vincitore quest’anno degli Australian Open di tennis, ha dichiarato: “È da vent’anni che mi diverto.”

L’analogia con Alberto Mori ne viene di conseguenza: poeta da più di vent’anni ha sempre giocato le sue partite con la Poesia in modo eccellente, tanto che ai reading letterari, ai quali sovente prende parte, si concludono con tutto il calore del pubblico.

Quest’ultima raccolta, Quasi partita, si muove in nove set tutti giocati sull’uso elastico della parola quale strumento, similitudine della racchetta da tennis, per condurre  il lettore (il suo avversario) sul campo dell’attenzione.

Non sono facili le composizioni. Sono ricche di oggetti, di richiami al gioco reale del tennis, versi brevi, poche figure retoriche e solo qualche volta compare l’umano: “braccio aperto” (pag. 17); “sguardi / mani / sudore” (pag. 22) e pochi altri casi. Il resto è affidato agli oggetti, ai gesti, al campo.

In definitiva l’ironia giocosa di Mori provoca il lettore a sudare: lui che ha scritto e lo sguardo di chi scopre la parola/verso cercando la trama, il racconto, la partita.

La partita è l’esistenza di ogni essere vivente. La fatica, la pressione della poca Civiltà a cui apparteniamo per immagini percepite non più per contenuti reali, di fede, di contributi offerti ai propri miglioramenti e opere per agli altri.

Ogni set ha la sua funzione: “Sempre pressione / Gli sguardi acuti nel sudore / La salvietta tornata in altre mani / La fronte contro il sole spella abbrivi / Batte incipit e sfida sforzo” (pag. 22).

Meravigliosamente sincretica la parola dà il senso del tutto nel gioco, metafora pungente della quotidianità singola e universale.

“Incipit” come a dire “creare”, realizzare ogni momento in poesia, mimesi dell’anima umana avvertita nelle cose visibili, nell’ancestrale partita giocata sul campo dell’esistenza con un giocatore che non si stanca mai di agitare la sua racchetta: “Senza chiusura del campo aperto / Scivolando indietro /Allungato a ribattere ancora in avanti / nell’altra prospettiva laterale del colpo / concluso violento sulla barriera elastica / dove impatti assordati /  raddoppiano e muoiono attutiti” (pag. 46).

Bella similitudine trascendentale che realizza Quasi partita, non conclusa poiché la ricerca poetica è continua, costante, febbricitante in Alberto Mori.

Concordo pienamente con la postfazione di Franco GALLO in merito alla raccolta quando scrive: “(…) Alla lotta contro la fuga rovinosa nel nulla della percezione, e alla ricerca di una misura contro il plus godere visivo offerto dallo spettacolo del tennis, lavora infatti questo Quasi partita che, sia detto subito,  è sforzo estremamente originale e insieme esito di una poetica severa e consapevole, che ha astratto dalla sua materia un distillato formale sorprendente” (pag. 49).

Al lettore continuare la partita!