giovedì 29 settembre 2016

Nuvole sparse: Paolo Gagliardi

TRA LOM E SCUR

U n’s’vó fé dè
e a n’so piò boun d’ciapé sön.
A ’rmest a que cun i mi pinsir
a guardér e’ culór dal stël.
E pu d’böta u s’liva e’ sól,
una luṣ acsè fórta ch’la t’chéva j oc.
Int l’aria u s’è turné a fé sintì
l’udór dla tëra,
un rispir ch’l’è la vóṣ dla vita.

L'ALBA

Non vuol far giorno
e non sono capace di riprendere sonno.
Resto qui con i miei pensieri
a guardare il colore delle stelle.
Poi d’un tratto sorge il sole,
una luce così forte da abbagliare.
Nell’aria è tornato a farsi sentire
il profumo della terra,
un respiro che è la voce della vita.

Paolo Gagliardi


martedì 27 settembre 2016

Una poesia di Apollinaire nella traduzione di Mario Fresa










Costellazione

Sono nato sotto il segno dell’Autunno
Per questo mi piacciono i frutti perciò mi disgustano i fiori
I baci che ho donato io li rimpiango tutti
Come un noce bacchiato sussurra i suoi dolori al vento

Oh mio Autunno perenne oh stagione della mia mente
Mani di antiche amanti cospargono il tuo suolo
Una sposa mi segue ed è l’ombra mia fatale
Le colombe stasera spiccano il loro       ultimo volo



[ Da In viaggio con Apollinaire, di Mario Fresa, Edizioni L’Arca Felice, con disegni di Massimo Dagnino ]









Ascolta la poesia interpretata 
da Ely Martini:


Apollinaire, "Costellazione"





























Reading di Colomba Di Pasquale a Maiolati Spontini 22-10-16

Il mio Delta e dintorni tra pochi giorni compie due anni di vita e per una silloge di poesia è una "lunga vita" quindi quasi di certo questa è una delle ultime presentazioni e con piacere la farò con un altro poeta come è nella filosofia della Biblioteca La Fornace di Moie di Maiolati Spontini (AN).
A presto


Sabato 22 ottobre 2016 / H. 17.30
 
Reading poetico

Colomba Di Pasquale, poetessa marchigiana presente in diverse antologie letterarie, e Andrea Cangemi, artista e poeta marchigiano ora trasferito all’estero, illustreranno i loro scritti sapientemente interpretati da attori, in una performance di alto livello.



http://farapoesia.blogspot.it/2016/07/premio-speciale-sezione-naturalisitca.html

lunedì 26 settembre 2016

Una sfida continua ai potenti…


William STABILELa forza degli schiavi, Edizioni Dot.com Press, Milano 2016

recensione di Vincenzo D'Alessio


Aspettavo la pubblicazione della raccolta di William STABILE, esattamente dopo che l’ho letta in cuna pubblicata sul Blog delle Edizioni FARA di Rimini, fondate dal poeta Alessandro RAMBERTI.

Mi sono reso conto che gli alisei avevano spinto la nave del Nostro nella giusta direzione, conforme alla prima raccolta poetica: Contrappunti e tre poesie creole (FaraEditore, 2006) proprio come recita la dedica apposta a questa seconda raccolta: “questo libro / è dedicato a mia figlia G. / che mi ha indicato la rotta giusta”.

Ho accolto l’invito, in quarta di copertina, della poetessa Laura DI CORCIA che scrive per questa raccolta poetica: “(…) Quando si ha di fronte la poesia la si riconosce subito: e qui ci sono cuore e perizia, ritmo, immagini e capacità di penetrare il fenomenico. Un libro da divorare, da leggere e rileggere.” – ed ho iniziato a rileggere il Vangelo secondo STABILE.

La “Buona Novella” nei versi del Nostro parla all’Umanità di tutti i tempi e lo fa nel modo più bello, in Poesia. Lo scrive nell’ottima prefazione al testo, il poeta e critico letterario, Stefano GUGLIELMIN: “(…) Leggere La forza degli schiavi significa dunque portarsi sulle spalle questa complessità, che è di formazione e biografica, frutto di letture spesso lontane dalla tradizione italiana e di una scelta stilistica che vorrebbe togliere la distanza fra popolo e scrittura, laddove appunto 'popolo' non sia gregge, bensì soggetto attento al cambiamento, partecipe delle scelte, ente maturo di una democrazia ancora tutta da costruire” (pag. 5).

Il popolo di cui scrive GUGLIELMIN non esiste.

Le quattro sezioni della raccolta del Nostro lo dimostrano.

Non c’è Democrazia, ovvero potere del popolo, ché non c’è il popolo a cui affidarla. “Il gregge ” è numeroso, più dei singoli che annunciano la “Buona Novella”.

Raccolgo la citazione, alla terza sezione del libro: “Da un certo punto avanti non vi è più modo di tornare indietro. È quello il punto al quale si deve arrivare” (F. Kafka). È questa la sezione poetica dedicata a Christian FLETCHER, ufficiale di marina inglese, che guidò l’ammutinamento della nave Bounty nel XVIII secolo, il quale viene preso a modello della lotta contro la schiavitù del potere.

La sezione è contro le piaghe che affliggono gli schiavi di oggi: guerre, vendita di armi e droga, false religioni, inganni attraverso i media, sfruttamento delle risorse del pianeta fino allo stremo, finta Pace.

Intanto gli schiavi muoiono in mare, nei deserti, nelle fabbriche poste nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, nelle miniere, nei luoghi dimenticati, vittime delle malattie, della mancanza d’acqua, del cibo e dei medicinali. La “benestante” Europa costruisce muri: e chi li ferma!

Anche il poeta meridiano Rocco SCOTELLARO indicava nei suoi versi la strada da intraprendere per ottenere il riscatto da una terra abbandonata all’eterno destino di isolamento: “(…) Ma nei sentieri non si torna indietro. / Altre ali fuggiranno / dalle paglie della cova, / perché lungo il perire dei tempi / l’alba è nuova, è nuova” (da Sempre nuova è l’alba).

William STABILE è il poeta dei viaggi, l’uomo il cui destino è indicato nelle costellazioni che guidano, di notte negli oceani, i naviganti. L’intera raccolta vibra degli spruzzi delle onde sul viso, dei nomi dei luoghi visitati: “(…) sulle carte / nominavo sempre / i luoghi cercati / inospitali, marginali / sconosciuti / con una delle mie più / belle mappe in mano” (pag. 36).

Una sfida continua ai potenti di questo mondo, ai luoghi dove la Libertà viene soffocata nel silenzio delle scomparse: “(…) non avevo mai saputo / cosa muoveva il mio cuore / la voglia irrefrenabile / di sovvertire l’ordine / un’avversione naturale / per i capi / & le posizioni di potere” (pag. 37).

Aver riletto la raccolta, quasi un poema leggendario, in noi sorge il vuoto della coscienza, il rancore per non poter modificare la schiavitù dove si consumano le nostre esistenze. La nostra forza non contiene l’energia necessaria per rivoluzionare il sistema che conduce al naufragio personale e delle nostre discendenze. La forza degli schiavi è un sussulto di rabbia, una incontenibile voglia di cambiare il destino che viviamo su questo pianeta in frantumi.

In chiusura avvicino i versi di STABILE a questi di un poeta contemporaneo: “Se essermi è un carcere / è in questo carcere che sono libero / se qui sono libero / non fuggirmi adesso che ti avvicini / ma liberami, piuttosto, / perché io non ti vedo” (P. Cappello: Azzurro elementare).

Bellissimi gli acquerelli del maestro Sergio VECCHIO: corredo esemplare per la poesia vera.

venerdì 23 settembre 2016

Il luogo del tempo

Angelo Andreotti, A tempo e luogo, Manni Editore, 2016, pp. 88, euro 12,00 

recensione di Marco Furia


http://www.mannieditori.it/libro/tempo-e-luogo

Con A tempo e luogo, Angelo Andreotti presenta una vivida raccolta tesa a richiamare poeticamente entità diverse mai ritenute contrapposte.
Può il piccolo contenere l’immenso? Può l’attimo essere eterno? Si può pensare il non ancora pensato?
Non esistono risposte di ordine logico a simili quesiti, poiché lo stesso porli implica frequentare territori in cui il nesso di causalità ha perduto ogni tirannico potere: il “perché”, non escluso a priori, per il poeta è una delle tante maniere di prendere in considerazione il mondo.

Leggo a pagina 10: “La voce del sonno fu richiamo /
scagliando il tempo sulla schiena del sogno”.

Soltanto nel “sonno” “La voce” può scagliare “il tempo sulla schiena del sogno”?

Non è forse vero che l’esistenza, con la sua naturale apertura sul possibile, possiede analoghe capacità?

D'altronde, “Nella sua solitudine la mente / numerò il tempo”: il tempo, senza dubbio è un importante modello, ma non è una necessità precostituita, poiché il suo statuto (come, in àmbito scientifico, ha mostrato Einstein) può essere modificato.
Non mancano pronunce in cui veri e propri lineamenti cosmici vengono con spontaneità accostati a tratti quotidiani secondo sequenze tali da distinguere ma, soprattutto, da comprendere differenti entità e grandezze:


“Il sole nella nebbia

raso al cielo

fu silenzioso:

anche l’ombra tacque

e anzi restò in disparte”.


Leggo a pagina 67:


“Le case ci guardano,

trattengono ogni evento, continuano a ospitare

i nostri ricordi mantenendoli presenti,

senza distinguere l’avvicendarsi dei tempi”.


Le abitazioni degli uomini vengono personalizzate da precisi versi la cui eleganza pone in essere, senza ricercatezza, un racconto capace di rivelare una propensione a vivere comune (eppure diversa) al bambino, all’adulto e all’anziano.

Scrive il Nostro a pagina 79: “Come lo specchio su quella parete ci guarda / e nel guardarci cessa di essere oggetto”.

Uno “specchio” “cessa di essere oggetto” non tanto per il fatto di riflettere immagini quanto in virtù della sua familiare presenza: il ricordo, la consapevolezza del qui e ora e il senso del futuro non trovano, forse, origine nell’esterno?

In quale misura il “fuori” ci costruisce e ci modifica?

Siamo chiamati a riflettere da un poeta per il quale il tempo dell’esistere è anche luogo (e viceversa), ossia è intimo, vivido, spazio nel cui àmbito incontrare la poesia e affinare la non facile arte della conoscenza.

                                                                                       

giovedì 22 settembre 2016

Già lo sento sai

di Daniele Donegà
 


Già lo sento sai
che ancora non siamo stanchi
di vivere con quello che
ci aspetta di luce giovane
di meravigliosa forza
in germinazione nei solchi
del tempo che ancora
come in letargo si sta per svegliare.

Già lo sento sai
che il più bello è ancora da venire
ancora dobbiamo attraversare
campi accesi di fuochi
e il cielo di sera non smette
di far fiorire stelle sui deserti
di lande sconsolate con segrete
finestre e porte su cui affacciarsi
in un tempo senza orologio
con l'unica possibilità nel presente
di non chiudere gli occhi del cuore.

giovedì 15 settembre 2016

In viaggio con Apollinaire






Mario Fresa

In viaggio con Apollinaire

Traduzioni 1994-2016

Disegni di Massimo Dagnino


Edizioni d'arte L'Arca Felice, 2016






Mario Fresa è nato nel 1973. Poeta e traduttore, ha collaborato a «Caffè Michelangiolo», «Paragone», «Gradiva»,  «Nuovi Argomenti», «Almanacco dello Specchio».  Tra i suoi ultimi libri: Uno stupore quieto (poesia, 2012); Come da un’altra riva (saggio, 2014); Catullo vestito di nuovo (traduzioni, 2015).


Massimo Dagnino è nato nel 1969. Tra le sue ultime pubblicazioni, la raccolta poetica Adolescenza (2012) e il catalogo Sinossi, disegni 2009-2012 (2014). Sue poesie sono apparse su varie riviste, tra le quali «Almanacco dello Specchio», «Nuovi Argomenti» e «Quadernario».












mercoledì 14 settembre 2016

Alcune meditazioni: verso multiversi di fede

di Adeodato Piazza Nicolai 

Preghiera

O mio Dio, illumina e guida
questo umile servo indegno,
verso l’Amore Infinito …
Ame
n


http://www.faraeditore.it/html/filoversi/ormeintangibili.html
1.

Orme intangibili di Alessandro Ramberti incidono segni/pegni non rintracciabili. Orme mistiche misteriose preumane. Non lasciano alcuna traccia tangenziale (oserei quasi dire “tangentopolare”); sono effimeri geroglifici da decodificare  e interpretare: metafore metafisiche, meta-testuali che forse ogn’uno e nessuno riesce a tradurre, a decodificare il loro senso-significato profondo e sfuggevole. Orme-non-orme lasciate dai nostri antenati bipedi. Antropologia? Filosofia? Paleogeografia? Probabilmente tutto ciò e tanto altro ancora da scoprire. Il loro significato è polimorfico, polivalente.
Il paradosso res/verbum rimane inviolato dalla coscienza conoscenza umana. Senza la Divinitas intermediatrice, Cristo crocefisso. Non c’è via di scampo: immanenza/trascendenza restano il montaliano quid definitivo. Nessun obbiettivo correlativo riesce a smantellare questo paradosso. Il meglio che umanamente si può fare è spogliarlo di qualche superficiale squama ma il Deus absconditus-incognito è e rimane “intangibile”, impalpabile, invisibile, incodificabile dalla ratio uman
a.

I grandi e saggi “maestri” di ogni religione praticata dall’uomo attraverso i secoli hanno intrapreso un viaggio interiore (spirituale) ed esteriore (corporale)  per tentare di identificare, seguire e condividere l’esperienza che porta alla trascendenza. Senza la Via Crucis non si avvera una rincarnazione. L’ignorante, il derelitto, costretto a fuggire da guerre pogroms laghers[1] etc.; le migliaia e milioni di profughi (ossia i moderni extra-comunitari), i senzatetto, derubati da ogni bene ma-teriale morale emotivo sono spinti da paure, miseria, terrore ma sostenuti da una fragile speranza che, oltre qualche confine, possano trovare una vita migliore e soprattutto libera. Che nome orribile questo “extra-comunitario” – più crudele di essere chiamato ex-comunista, scomunicato, divorziato, separato-in casa, etc., implica indubit-abilmente “essere escluso dalla comunità, dalla comunione umana”. Alienato ed ignorato da fratelli e sorelle il cui sangue scorre rosso ugualmente in tutte le vene e troppo spesso sparso inutilmente nelle sabbie delle guerre e altre tragedie. Sono convinto che tutte le angherie, torture, gulags, pogroms[2], etc. etc., segnino la via errata e depistante.


2.

Senza dubbio, il pellegrino e monaco ascetico Alessandro Ramberti richiama-ripete-rispecchia la Via Crucis, lungo ogni tracciato francigeno-francescano, già segnato da Gesù Cristo poi umanamente  imitato dai suoi discepoli. Viaggio poi fatto da San Saulo/Paolo[3], San Agostino, San Tommaso da Loyola, tutti i Budda, San Francesco d’Assisi, Padre Matteo Ricci, e giù fino a Martin Luther King, Papa Giovanni Paolo II e probabilmente Cardinal Martini. (Purtroppo, per necessità di tempo-spazio, ho dovuto escludere una miriade di santi e martiri che hanno illuminato la via attraverso i secoli. Mea culpa!)
Viaggiare esistenzialmente implica sbagliare direzione, “errare”, depistare, smarrirsi nei vicoli ciechi, nei buchi neri dove il Male è sempre in agguato. Erta è l’ascesa, minata da ostacoli, errori e peccati. L’unica e vera via è l’Amore, la Caritas, sempre affiancato ed illuminato dall’umiltà, la fede e la speranza “senza alcun se né ma”. Mai è dritta la retta via: è tortuosa, coperta di buche sassi e spine. Solo la clemenza divina riscatta ogni debolezza umana. Nella mia egocentrica ignoranza non conosco altre alternative che percorrere il viaggio segnalatomi anche dal Reverendo Martin Luther King: anch’io ho un sogno. Prego e spero di riuscire a convertirlo in realtà.  Grazie Alessandro che continui ad illuminarci la Via verso il Dio Redentore Misericordioso che accoglie a cuore e braccia spalancate ogni pecora smarrita: basta affidarsi in-condizionalmente a Lui[4]

Copyright 2016 Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 13-14 settembre 2016




[1] Vedi nota 3.

[2] In inglese “pogrom” e “gulag” è la voce al singolare; aggiungendo una “s” finale si costruisce la voce al plurale. Per esempio “gulags”, “pogroms” et cetera. So di andare controcorrente alle regole italiane, ma dopo più di quarant’anni vissuti negli USA da “libero immigrante” ho  di rimanere fedele alle regole adottate anglo-americane: una scelta non politica ma pragmatica. [NdA]

[3] “Non lasciarti vincere dal male ma vinci con il bene il male.” San Paolo, Lettera ai Romani, 12,21.


[4] FINALMENTE … sono stato benedetto / dal battesimo della / Notte dell’Anima. / Grazie o Signore della / Tua Infinita Misericordia …[ NdA: A. P. Nicolai, Vigo di Cadore, 14 settembre 2016, ore 11.25.]

lunedì 12 settembre 2016

Una lunga carezza: su L'abbraccio di Massimiliano Bardotti

recensione di Subhaga Gaetano Failla


http://www.faraeditore.it/html/filoversi/abbraccio.html
La silloge L’Abbraccio di Massimiliano Bardotti, selezionata dalla giuria del concorso Faraexcelsior 2015,  con una ispirata prefazione di Vincenzo D’Alessio, ha il seguente incipit/dedica: Agli umili / agli emarginati. / Agli orfani / ai naufragati. / Ai folli. / Ai poeti. / La lunga carezza dell’abbraccio.
Il libro crea in tal modo, immediatamente, una relazione intima tra Autore e lettore, siamo già pronti ad affrontare il viaggio, l’avventura poetica.
L’Abbraccio è diviso in quattro sezioni: patria notte, febbre di neve, gli esclusi, la vita vista da qui. Le sezioni hanno in epigrafe, rispettivamente, le parole di Dino Campana, Alda Merini, Emanuel Carnevali e Arthur Rimbaud. Ognuno di loro, come una sorta di guida, di daimon platonico, ci conduce verso il compimento di un percorso, nella protezione del candore, della fiducia, della gratitudine. Scrive Massimiliano Bardotti: Sui marciapiedi del tempo faremo capriole/ per restare bambini/ per non peggiorare./ Ma io amo la terra che fu  di mio padre.
patria notte è un inno all’Ombra, al nostro rigenerante lato nascosto: La notte/ mia patria/ riparo/ corteccia./ Di notte/ rinasco./ Cervo/ lombrico.
febbre di neve ha l’arsura della vita accolta con voluttà: Ho spinto le lacrime fuori da ogni occhio./ Ho accolto ogni gioia con spalancate braccia.
gli esclusi si rivolge a Gli emarginati./ Eroi di un mondo incantato./ Protagonisti del noir./ Boutique fuori uso.
la vita vista da qui è un canto dolente sulle nostre fragilità: Essere uomini:/ una responsabilità che non sappiamo/ assumerci.
I versi di Massimiliano Bardotti vibrano in pulsazioni ritmiche e assonanze, in fluidità lessicali e di significato, ogni poesia è irradiata da una vitalità luminosa appassionata e appassionante, un respiro profondo pervade l’intero libro.
Il 10 settembre si è svolto a Milano, presso l’Associazione Germogli, il reading poetico “Parole scalze”, all’interno della rassegna intitolata “La parola cura”. Durante tale incontro, alla presenza di Massimiliano Bardotti, ho avuto la fortuna di declamare insieme alla scrittrice Lucia Grassiccia, ideatrice e organizzatrice dell’iniziativa, numerose poesie tratte da L’Abbraccio. Questo libro prezioso dona nuova linfa vitale all’odierna arte poetica e svela infine una commovente consonanza tra Autore e Opera.

giovedì 1 settembre 2016

Gli Specchi Critici - Amore e Morte nelle liriche di Vito Santoliquido - Luca Cenacchi

Quando ho letto per la prima volta le poesie di Vito Santoliquido, che oggi ospiteremo nella nostra rubrica d’inediti, la sensazione provata è stata una certa familiarità non tanto per la facilità, quasi prepotente, con cui l’autore riesce ad avvicinare la sua poesia al lettore, ma per gli echi letterari riemersi durante la lettura che, seppur siano ben definiti, non riescono mai a riassumere, nell’etichetta corrispondente, la totalità della poetica dell’autore il quale presenta, dunque, uno stile ben equilibrato tra debiti verso la letteratura e carattere inedito.
Già ospite di Poetarum Silva #1,#2, di lui è stato sottolineato il carattere visivo unito a un proficuo laboratorio verbale, nonché una certa Sehnsucht[1].
Osservazioni esatte, con cui concordo, e mi permetto di suturare con una personale intuizione, sperando si riveli altrettanto corretta.
Quel che mi sembra fondante della poetica di Santoliquido è un surrealismo barocco, detto con tutte le precauzioni della situazione, la cui modulazione e slancio timbrico resta in equilibrio fra pose di carattere romantico-decadente ed eroiche che impediscono, dando dignità allo stile, di scadere nella leziosità invertebrata tipica del barocco amoroso.
Le soluzioni stilistiche sono differenti, ma credo si possa asserire che il laboratorio verbale ardito incoraggi quella giustapposizione di realtà differenti, cara al surrealismo[2], mediato da un io lirico prominente la cui coscienza e gusto è profondamente italiana, il quale squassa con scarti repentini il procedere delle poesie, ma andiamo con ordine.
Sin da subito, sfogliando le pagine virtuali di “Le sommeil interrompu” - blog dell’autore - si può attestare un dialogo io/tu, il quale funge da tessuto delle poesie, in cui si dipana una versificazione di medio/breve portata, il cui ritmo vorticoso, velocizzato dall’uso serrato di inarcature(caro già a Campana cui l'autore è debitore per questa e altre suggestioni), tenta sovente di sorprendere il respiro del lettore con le sue pause inaspettate e disorientanti, non sempre sulla battuta.
Il linguaggio oscilla fra vocaboli della più disparata estrazione e una dimensione di laboratorio in cui, non solo letterario ed extra letterario vanno a braccetto, ma dove la parola viene spesso concretizzata attraverso una rielaborazione verbale ardita. Fra le tante soluzioni, poi, spicca la tendenza anglosassone ad accostare aggettivi (già presente in Montale), la quale tradisce il gusto per una forte componente coloristica e preziosa (che unita ad una generale tendenza a impreziosire l’immagine attraverso la luminosità, sedimenta il retrogusto barocco delle associazioni santoliquidee) dentro al respiro della propria descrizione. Modalità privilegiata dall’autore, infatti, è quello di un costante accadere dell’azione di cui l’io lirico ha sempre controllo.
Come si armonizzano, dunque, tutti questi elementi?
Nel dialogo sentimentale, seppur non cada nell’onirico, si tende a sfocare l’attenzione poetica dalla realtà a movimenti interiori in cui decadono le istanze narrative e/o retoriche che pur strutturavano il barocco; esso infatti rispettava una certa consequenzialità ripresa dal suddetto tessuto retorico di rimandi quasi geometrici in cui si era soliti inscrivere l’azione. Questo, specialmente in Anatomie del buio, tende a non esserci, data l’insistenza con cui si sottolinea, attraverso verbi riflessivi, l’immagine, dunque l’azione, nel suo compiersi. Così si origina una sovrapposizione di presenti, seppure, assieme a tutto l’amore per i preziosismi coloristici, permanga del barocco anche quell’ipertrofia di particolari delle immagini, che scrosciano copiosamente lungo gli enjambement, anche se non vengono intessuti nel tradizionale gioco di rimandi monadico. Il decadimento della temporalità, o meglio della successione strutturata dell’azione, necessaria quando si compie un tipo di descrizione come questo, apre la strada a istanze surreali, assieme ai loro accostamenti arditi, nonostante sia una caratteristica più blanda in ogni componimento , che ben si accostano agli estremismi barocchi. Così nascono immagini come: “nei palmi fatti diafani si avvicenderanno cieli satelliti nuvole in fuga diramanti risfolgoranti asfalti plumbeo-umidi di pioggia”.
La particolarità surreale di Santoliquido risiede proprio nell’uso concreto dei verbi con cui egli, talvolta, raccorda le descrizioni mettendole in relazione, e negli scarti repentini del dettato anticipati precedentemente: “come sconquassa/ l’accartocciata reliquia di vita/ così nel petto la sanguinante/ ruggine rosa abbuiandosi sgrana/ delira, rosa nell’oro vermiglia// (schiara il gheriglio dei petali-/ bocche in cui riposa un serafino/ della tenebra oleosa/ che la pelle va screpolando…)”. A livello tematico abbiamo manifeste consonanze fra i vari generi (barocco e caratteri più propriamente romantico-decadenti, se vogliamo). Nella tendenza nominale al notturno, data la caratteristica brillante delle immagini, si dipana una sessualità grottesca (Carbonizzare come bronco), rivelando una tensione inquieta, sofferente fino a un sadismo autodistruttivo, le quali non vogliono tanto attestare una certa malattia, quanto l’assolutezza dell’amore anche ossessivo, per così dire, al di la del bene e del male, fino a giungere a pose quasi eroiche nella bella inversione dannunziana che chiude il componimento Di nottetempo (“e più non sarai/ terrestre”). Questa assolutezza, talvolta autodistruttiva, si sfoga nelle meditazioni sulla morte (Mio mortale) cui si tenta sempre di opporre la vitalità della contrazione di un percorso e di un respiro sul ciglio dell’inevitabile.
Le poesie di Santoliquido risultano, per concludere, estremamente abbondanti, dal dettato impervio, grazie alla consonanza di stili che permettono un impostazione descrittiva e vocale in un crescendo d’intensità virtualmente illimitato, il quale ben si sposa con una costante tensione all’assoluto, mediante la ricerca di soluzioni visive concettose, ma non forzate o artificiose, anche grazie alla libertà rinnovatrice di matrice surreale blanda, che apre le porte, così, ad accostamenti non solo sorprendenti e funamboleschi, ma genuinamente spiazzanti.
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[1] Sehnsucht: Sin da subito la parola apre un ventaglio di possibilità e sviluppi dell’intuizione originale veramente ampia. E’ necessaria, almeno da parte mia, una contestualizzazione rispetto alla suddetta che, come si vedrò dall’argomento, traccia un percorso che dalla Sensucht intesa come anelito, il quale si rivela, poi, “desiderio del desiderare”(Mittner), perviene poi gradualmente a sfumature inedite e, come si vedrà, dolorose. Una tensione dolorosa dunque che, tuttavia, in Santoliquido non si ripiega in se stessa, cioè “ desiderare di vivere nella condizione di desiderio puro perché irrealizzabile” (Mittner) ma che trova, poi, sviluppi inediti come dolore fisico e impulso di morte, visto come liberazione ultima ed estremo abbandono. L’anelito di Santoliquido, dunque, è una tensione alla liberazione personale, auto annientamento, che si manifesta in un impulso di morte emerso durante l’amplesso. Liberazione la cui responsabilità è tutta lasciata all’amante, da cui si richiede l’atto estremo, cioè di venire uccisi, smembrati; richiesta che non potrà, tuttavia, mai esser portata a termine (dal di qui la perenne tensione). In queste contaminazioni di registri diversi, si rivela anche la portata dell’originalità del giovane autore il quale, seppur faccia leva talvolta su topoi noti o citazioni, riesce, facendo un passo indietro, a rendere le sue influenze in un “sistema organico” che le mescola, le mette in relazione, creando così qualcosa di inedito, ma familiare.
[2] Automatismo e inconscio: “Un'altra apparente contraddizione riguarda la pretesa della scrittura automatica di sospendere ogni attività critica per registrare il flusso proveniente dall’inconscio in quanto essa non può evitare di esprimersi in una forma linguistica e grammaticale, implicando dunque una interferenza della mente conscia. Ma la contraddizione risulta, appunto, apparente perché l’intento non è quello di attuare una totale subordinazione della coscienza all’inconscio quanto di mettere in luce il loro incontro, ossia il momento in cui le immagini inconsce affiorano alla sfera della conoscenza” – Storia europea della letteratura francese - Einaudi
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Di nottetempo

Non importa se
t’avvolgerò in ricchi sudari – sicuri abbastanza
a spandere la bruma,
a scavare i laghi,
(specchi lucenti per i tuoi
occhi di tundra),
come in un paradiso
in letargo dove,
immergerci bluastri
d’abisso,
vascelli d’oblio
sottovento
sottovoce (proibito
miele!) –, o se
dentro uno scrigno polveroso e
piccino ti serrerò, brulicante di cose
dismesse che non divertono più
(l’umido di ficus e mangrovie
appena ti farà respirare); potrei anche
mormorare qualche preghiera,
perché il cielo si schiuda e tu
come fuoco che scocca dal suolo
sia rapito in quadranti segreti e
oscuri, a ruotare
con l’idrogeno immortale,
le radiazioni
di una stella stupenda – e più non sarai
terrestre.

Carbonizzare come bronco

Queste stelle che brucano il viola, e la luna
fruga nella stanza. Sbucano masse illuminate: i nostri corpi
foglie ardenti imperlate, tra bocche questo
appiccicarsi tremolii di ti-amo – fari d’auto, occhi
lucenti di civetta.

Ma questo senso del disastro, è sempre spettro è
il morso – lingue di lupo, rose-spine del
rovo. Quest’affetto mai così vicino, questo me così da uccidere
fare a pezzi, carbonizzare come
bronco.


Ho la testa piena di galassie

Ho la testa piena di galassie:
scossa un poco, si rovescia
a lago la Via Lattea
sul tuo petto
che si alza
e s’abbassa, che mi scoppiano
le arterie di
stelle
(bianco-spuma squillante
amaranto-
fiamma di foglia).

Il viso trafiggono
gigli di luce, la bocca
produce voce
d’un dio presente, imperlano
la pelle milioni
di quasar.

Madrigale privato



                                                                                                [...] è ancora
                                                                                  tua vita, sangue tuo nelle mie vene.
                                                                                               Eugenio Montale

Sospiroso immelanconito amore —
ci fu il tempo di un voto,
cuor-di-smeriglio, a strapiombo sull’acqua
informe scura (ed erano i giorni
l’ore ceneri di futuro), non lo sai, forse.

Non era quel giuramento di bava
e mercurio alla burrasca allora
un fiammifero, se ora
sul tuo petto poso — i tuoi occhi
nocciòla, dove annuvola

ancestrale dea malinconia —, e
ascolto un tuo scosceso
battito, risuonandoti un cuore
di fauno (mai così tetra San
Marco, come stasera) a un canto: «Edelweiss»

(dolcissimamente interdetto
fatto — smarrito il sangue in un pànico,
breve).


ANATOMIE DEL BUIO

1

«Vengo a liberarti dal buio...»
(Tu non sai di essere la densa
oscurità, quell’angelo con l’ali
di vetro, sulfureo smeriglio)

2

Vedi l’oro incendiarsi
al vespero, che tu immagini
dal celeste in sfacelo
sgorghi resina e rubini, e

carbonizzandosi di poi
ci seppellisca, non prima che per un
improvviso incanto
inazzurrandoci, girasoli in altre

plaghe di lucido
ebano, petrolio palpitante

3

Mi baciassero pure streghe
sulle palpebre algenti
 — arido, qui
nel brumoso borro insonni
incarnazioni si sospira
in gotiche fissità e devastazioni
sbigottite anime, l’ascolti?
Imperscrutabile
lucifero, aligero transiti
in spirali d’incenso
frusciandomi tuoi funebri
barlumi per le vene della notte,
aprendosi la cruna-
abisso e giù nel mestissimo
vuoto precipitandomi
la tua cura
chimerica —

4

...poi che contemplo nei palmi fatti diafani si avvicenderanno cieli satelliti nuvole in fuga diramanti risfolgoranti asfalti plumbeo-umidi di pioggia, sì come in ossari in santuari in maestose brulicanti brughiere che furono già psichicamente, le ustioni silenziose di una prossima glaciazione, le bizzarre stratificazioni di una remota era geologica, e sarà il perlaceo della fronte troppo fragile spazzato dal monsone, turgido cupo, e poi gli amari meccanismi al mattino del fantasma, barbagli d’albe care, gl’irrequieti lemuri del tuo lare, incerti miracolosi Orienti di cherubini, e si udranno la luce in arabeschi lenti verdissimi millimetri di muschio, le mortificazioni viola del crepuscolo, in un metamorficamente fiorire-sfiorire di larve...

5

(Dal cielo-stagno
fosforico batticuore:
monotono scolo
d’allume, rame, bitume...)

*

Che siano i lieti allucinanti
purgatori, m’inghiottano
nei loro traumi di mesmerici
ronzii, di pullulanti
fuochi in novembre, e nevi, e
mentre ancora come nell’incubo
sprofondandomi già

Scheletri di plasma nebulose le
luminosissime scaturigini dell’universo

6

E trascolorano le tinte;
vibrano impazzite
in pollini d’argentini
arpeggi, d’intorno

(come fulgidamente
ci inondarono e fluide
teneramente mi rivestono
le polveri del giorno,
d’assopite nubecola
falene, così che cinereo
invanisco invisibile
bozzolo)

7

Come sconquassa
l’accartocciata reliquia di vita:
così nel petto la sanguinante
ruggine rosa abbuiandosi sgrana
delira, rosa nell’oro vermiglia

(schiara il gheriglio dei petali-
bocche in cui riposa un serafino
della tenebra oleosa
che la pelle va screpolando...)


Intorno al cor mi son venuti
amore e il nulla con la fioca
solitudine: la mia stralunata
ridevole masnada Hellequin.


Vito Santoliquido è originario di Forenza (PZ), dove tuttora vive la sua famiglia; è nato il 26 dicembre 1989. 
Ha conseguito la Laurea Magistrale in Filologia moderna presso l’ateneo Ca’ Foscari di Venezia (ottobre 2014): area d’elezione le letterature medievali romanze. Attualmente è dottorando in Italianistica e Romanistica presso le università di Venezia e Zurigo. Ha curato la rubrica di poesia inedita per la rivista di libera cultura “deSidera”.Gestisce un blog personale, guidato dall’idea di associare liriche e immagini: lesommeilinterrompu.wordpress.com.



Luca Cenacchi è nato a Forlì nel 1990. Nel 2011 la poesia Laocoonte – ovvero di se stesso è stata selezionata per essere pubblicata nell’antologia del Premio letterario Ottavio Nipoti - Ferrera Erbognone. Ha contribuito a fondare e sviluppare il forum letterario i Gladiatori della penna. I suoi testi sono stati presentati nella serata Arcadie Invisibili all’interno del progetto La Bottega della Parola organizzata dalla Associazione culturale Poliedrica di Forlì. Nel 2016 il blog letterario Kerberos ha scritto un articolo critico di alcune sue poesie inedite Valore-contenuto e valore-bellezza: il senso del sacro attraverso la trasfigurazione dell’immagine e la neutralità del messaggio. Nel mese di Aprile dello stesso anno tre sue poesie (La Perla , Anoressica e Francesca) sono state selezionate per essere inserite nella antologia La mia sfida al male pubblicata a seguito della terza edizione del concorso letterario Come Farfalle Diventeremo Immensità , in memoria di Katia Zattoni e Guido Passini, indetto da Fara Editore. Aspirante critico letterario è ansioso di contribuire al dibattito sulla poesia contemporanea attraverso la rubrica critica Gli Specchi Critici realizzata in collaborazione con il blog Kerberosbookstore, Fara Poesia e ora anche L'Arcolaio. Nel 2016 è stato giudice presso il concorso Faraexcelsoir 2016. Ha partecipato alla rassegna poetica di Pianetto Poeti alla finestra presentando una serie di poesie inedite. Per ulteriori informazioni sul progetto: glispecchicritici@gmail.com, facebook, twitter