domenica 10 marzo 2013

“Racconto della Riviera” di Gianfranco Lauretano. (Raffaelli 2012)




recensione di Cinzia Demi

Con la poesia si può raccontare un fatto, una storia, un accadimento? Si può parlare di ciò che abbiamo visto succedere, di ciò che ci ha colpito come fosse una cronaca in versi ed elevare la narrazione tanto da portarla verso il sacro ? Evidentemente sì. Gianfranco Lauretano lo ha fatto, e in modo esemplare. Ha in fondo lanciato un messaggio, una sfida: guardate, poeti dal verso incomprensibile, dalla metafora  oscura, dal significato che lascia incompiuto il suo ruolo, guardate come si racconta una storia in poesia. Con quale arte si possono trasmettere le immagini, disegnare i personaggi, descrivere le sensazioni, i colori, gli odori, la vita, la morte… con quale poesia, figlia dei nostri padri, nostra sorella di sangue si può imprimere nella mente un semplice ragazzo, Marco, e renderlo attraverso il suo calvario e la sua resurrezione, una figura cristologia. E’ così: il protagonista di Raccontodella Riviera  fugge da un padre che non sente tale, quasi putativo; si butta nel branco, tra la gente, ma se ne estranea, li guarda quei suoi compagni come dall’alto di un’altra dimensione e in fondo li accetta, senza giudicarli; sa riconoscere il bello, ciò che lo avvicina al divino e lo sente suo ma, prima di raggiungere quello stato di grazia, dovrà avere la sua crocifissione, per poi tornare di nuovo dal padre. Intanto, intorno a lui la vita scorre come sempre, il tempo non ci pensa neanche a fermarsi, la notte si alterna al giorno, la discoteca allo jogging, la birra alla droga, le parole alle botte…  Cambiano i miti, invece, non ce n’è più uno che duri un po’ a lungo, che lasci un reperto, una scia sulla terra da seguire, un rifugio sicuro. Tutto è veloce e crudele, neanche l’amore sopporta quel ritmo, si ritira, si annulla, si fa da parte per non disturbare. E la poesia lo raccoglie e lo racconta, tutto questo. Si mette in gioco per cantare ancora una volta coi suoi legami di assonanze, con le parole che crea come nuove ciò che sente dell’uomo. Questa volta tocca al branco, allo spazio di cui si appropria nella vita di un Marco qualunque, di questo Marco che subisce,che soffre, che muore dentro per rinascere una mattina
Ma i versi di Lauretano, se pure raccontano un fatto, non si limitano a descriverlo estraniandosi dall’evento, come se in questo teatro di strada il poeta fosse un attore – descrittore di metodo brechtiano, non propongono una realtà come mero accadimento, lasciando che il lettore giudichi la situazione secondo i dati rappresentati. Lauretano non ce la fa a non essere partecipe di ciò che mostra, le sue emozioni sono forti, toccano il lettore e, aristotelicamente,  gli propongono la catarsi finale dove l’immedesimazione nel protagonista consente, attraverso il suo desiderio di salvezza, di avere una possibilità di scelta. 
Riuscita la partitura del testo nei titoli lapidari: Partenza, Branco, Chiara…, Amore e morte, Musica!, Un mare di guerra, Sogno e non sogno. I titoli, infatti, segnano la scansione e il ritmo di questa breve ma intensissima raccolta, di questo poemetto incalzante che rende conto delle problematiche dell’adolescenza, ma che rende giustizia alla mente umana, a quei giovani che sanno fermarsi al momento giusto. Perché non è vero, e non è stato mai vero, che “i giovani sono tutti uguali” come si sente dire da un certo paternalismo esasperato. La poesia, per fortuna, sa dire anche questo e lo dice, quella di Lauretano in particolare, usando al tempo stesso toni forti e pacati, crudeli ma sinceri, costruendo parole che si fanno significato, oltre che significante, e che amplificano quel significato per mostrarsi portatrici di realtà senza moralismi, di comprensione senza pietismi. Per offrire con l’arte più antica del mondo, una via di fuga, come spiegano semplicemente i versi finali:
[…]qualcosa si è rotto, qualcosa/di infernale che non fa paura/una mano buona tiene/fermo il cuore, l’ha capito/ciò che è stato non va via/andrà a casa a mangiare/a casa a riposare a lavorare/e chissà magari sulla porta/con la faccia preoccupata/e gli occhi grandi, amabili/che aveva, certo, aveva/suo padre lo sta aspettando.
                                                                                                                     

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