Su Frammenti di sale

di Marcello Tosi

Mariangela De Togni, religiosa, dalla tradizione della grande poesia mistica e accesa d’amore per Dio, dal gioco incantato della parola (“come scrivere di te / se sei stelo al cielo...?”), trae il desiderare che la meditazione sulla vita sia un’invocazione come un sospiro, un’estasi, una preghiera incessante, un salmodiare in cui “ho dissetato il mio campo… ho lasciato il tempo insieme al rovo e al pruno…” , tra immagini colme di umana visione della bellezza: “gli archi del chiostro / accesi dal cobalto / di Siviglia”, o “un campo di girasoli” solo “a rendere palpitante l’orizzonte…perché nel cuore prenda / forma il mare”, nel silenzio profondo del cuore dove nasce “ansiosa attesa” (“so che verrà / il giorno disegnato per me / a dirmi che il cielo / è aperto al mio cuore” ).

Voci che giungono dalla notte fonda, colloquiando con la sua profondità (“che cosa diremo alla notte?”), aprono il suo sipario di silenzio “attendendo che si sveli, / al cuore, il mistero”. Parla chiaro il cuore della notte, con voce come folata di vento, diffusa da arcani neumi nell’aria (“l’amore richiede luce, / come le costellazioni spazio”).

Voci di poesia, per parlare al cuore, con la bellezza di un salmo, scandita come “un breviario di passi e l’immagine fiorita nella notte”. Ѐ “il libro che accende i fuochi / e solleva su ali d’aquila”. Da oceani di silenzio, solo la luce emerge a penetra il silenzio ad illuminare la grata nell’alba, a far “gustare l’incomparabile”. Attraversare la bellezza significa essere corpo pervaso dal silenzio, per avere la gioia estatica di poterne contemplare in un abbandono tutta l’infinita bellezza. Avere sete di Dio significa cercare Dio, “trovare la notte / nell’ombra bianca / della sua misericordia “, sentire quanto sia profondo questo desiderio di trasfigurarsi “come quel vecchio giardino / di pietra / nell’erba alta di aprile”. Quasi come nei versi un haiku, “alte cime guardano / con occhi di neve e sole”. Con un senso candidamente naturale, si aprono gli occhi alla bellezza della natura, alla meraviglia, allo stupore incantato, quando nell’invocazione rivolta al cielo si allargano le braccia di un’anima orante..

Non è escluso che questa intensa partecipazione al cielo faccia sentire ancora più forte il senso di un umano dolore senza nome e senza volto, che diventa domanda senza risposta, come rivolta a chi ha spezzato “un flauto di canna / che il Signore / ha riempito di arcobaleni” (“A Yara”): “non calpestare le rose di Hebron / non calpestare i fiori di campo, / né i gigli colmi della rugiada dell’aurora”. “Rimane il cielo la sola meta / a dirci l’infinito”.


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