giovedì 25 luglio 2013

Vincitori e segnalati del concorso Insanamente 2013





(in particolare dott. Claudio Roncarati)




(in particolare Fernando Monte)
sono lieti di premiare con la pubblicazione i seguenti autori



la premiazione avrà luogo 
nell'ambito di esportiamoci
mercoledì 4 settembre 2013 
dalle ore 21.00
presso Le Dune di Marina Grande di Viserba
Via G. Dati 19/g, tel. 0541.736427  


Classifica Poesia

per la sezione Racconto narrabilando.blogspot.it




Primo Classificato con medaglia Presidente Repubblica



Grammi – L'Angelo Imperfetto di Paolo Assirelli (Rimini)



Paolo Assirelli abita a Rimini, è sposato, ha tre figli, fa il medico, e cammina.



Ho apprezzato lo stile elegante ed il tono discorsivo e lieve con cui il poeta si confronta col tema impegnativo del trascorrere del tempo e della mortalità dell' uomo. (Claudio Roncarati)


Questo insieme di testi mi ha colpito per il suo buon livello espressivo e la sua padronanza del linguaggio e degli strumenti poetici. Il tema, sviluppato in un modo non immediatamente evidente, si dipana però all'interno dell'opera in una moderata follia, che la voce dell'autore sa impugnare con cautela ed eleganza. (Federica Volpe)

 

L’ANGELO IMPERFETTO

Esistono alberi che non danno frutti
ventri secchi che non feconda mai

nessuna  pioggia – o più semplicemente
ci sono sulla terra seni imperfetti, sindattilie,
bocche che scuciono male le parole
labbra di lepre che si correggono a fatica
coi tempi del chirurgo, e le lacrime degli occhi.

Non importa cercare lontano, è dietro casa
il sacco delle botte, il bambino mancato alla bellezza
e all’ala dell’angelo, il naufragatore del migliore
dei mondi, l’impallinatore di Dio.

O forse sbaglio –
mi capita sovente da un po’ di tempo, adesso –
il bambino è l’angelo, che vola già sui tetti
un occhio azzurro e l’altro grigio
come l’asfalto riflesso della strada, dal piede torto
possente nell’alzarsi, e lieve nel planare
l’angelo imperfetto
che ancora canta mentre il mondo lungamente tace.



I  RISORTI

Come risorgerà mia madre?
Sarà la vecchia demente che legge
lettere inesistenti (il sole è alto
lei non se ne cura, la macchina dei gesti
gira, e gira) o la ragazza magra
al braccio di mio padre? E di lui
che cosa è stato?  La foto mi dice
che sorride – poi, ci vuole un soldo solo
a immaginarlo che parla con le ombre

dove è adesso hanno tutti tempo
il filosofo il fabbro il pescivendolo.

Benigno,lui  attende quella vecchia per curarla -
le darà il braccio, avrà pazienza

c’è un alfabeto da imparare
e  l’intera grammatica di Dio.


Grammi

La vita di un uomo in fondo
la misuri in grammi:
un pizzico di pervicacia
un’oncia di gloria ( un gesto, una frase )
l’effimera allegria di un ritorno
e il resto dei giorni per contare.

Ma il volto di mio padre io lo ricordo
come se fosse adesso: ha la mia età
forse anche meno, sorride e cuoce
le patate. D’incanto, e per sempre,
la vita si squaderna qui davanti

come il sole felice del mattino.



PENSO A PESSOA

Penso a Pessoa –
un tavolino al caffè, una sedia
la sigaretta ormai solo cenere
l’attesa di niente, mentre la luce
esatta dell’Atlantico è cornice
che basta a sé stessa, e a quel poco
di mondo che ognuno conosce

un passero è fermo qui a terra
a un metro – poi si alza
e sparisce

il tavolo
l’uccellino
la penna

la fine comincia
che ossimoro, che inutile
gioia

06.05.11
(…)





Secondi classificati ex aequo



Gli astri matti di Claudio Pagelli (Rovello Porro, CO)



Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. Autore de L’incerta specie (LietoColle, 2005), Le visioni del trifoglio (Manni, 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo, 2008), l’e-book Buchi bianchi (Clepsydra, 2010), Papez (L’Arcolaio, 2011). Con opere di Emanuele Gregolin e Gianluigi Alberio pubblica inoltre alcune plaquettes artistiche (PulcinoElefante, Osnago). Premiato in numerosi concorsi letterari di interesse nazionale, sue poesie compaiono in cataloghi d'arte, riviste di settore e siti a tema. Dal 2004 Presidente dell'Associazione Artistico Culturale Helianto (www.helianto.it), vive e lavora a Rovello Porro (CO). Per ulteriori informazioni www.claudiopagelli.weebly.com



Per l’eleganza, l’originalità, l’ironia… e perché queste poesie sarebbero piaciute anche a Margherita Hack. (Claudio Roncarati)


Questa raccolta, con le sue voci un po’ matte riesce a creare un testo godibile e con qualche riflessione molto interessante. Anche se non mancano delle sbavature stilistiche, il risultato finale è gradevole e leggero. (Federica Volpe)



GLI  ASTRI  MATTI

 “… nel vuoto che hai lasciato, / come una stella” (Elio Pagliarani)


“stelle, coro primo”

sai che tutto passa
anche questa paura
di rimanere senza luce..
(che poi il buio
è una stella che non si vede)
                 


“il canto di frate sole ai tempi della crisi”

qui si suda
da matti, ragazzi,
lavoro ogni giorno
tutto il giorno
neanche un secondo
per la pausa pranzo…
fate voi: otto mondi
di tutti i colori
sospesi in cielo
(per non dire di Plutone
e qualche milione
di comete stralunate)
e come se non bastasse
eccovi a predire abilmente -
oh guarda, un'altra macchia
sulla guancia, mi sa che il vecchio
sta tirando le cuoia”
senza fiducia siete – se la Terra si rabbuiasse
anche solo per un istante
voi iniziereste – già vi sento –
a parlar male del sottoscritto
ha fatto il suo tempo, è ora di sostituirlo
con qualcosa di più moderno –
una stella elettrica, un incendio in orbita”
ma state pur tranquilli
che io la testa
ancora non l’ho persa,
mica come voi
che strillate ad ogni inciampo
e col fuoco vi bruciate
mentre io, miei cari, ci campo…



“stelle, coro secondo”

la stella urta il picco, scivola
nella bocca della luce -
ricomincia come briciola
come tosse che passa l'aria
senza il peso della colpa


“cenerentole”

vedi quel vapore
sopra il corpo grande del mare?
è il respiro, il fiato bianco del sole
che per contestazione
ha lasciato l’ufficio dei cieli.
(si dice di una lite sul salario,
di un dissidio col Grande Capo)
e ora russa di gusto
gonfiando la pancia,
la testa ben affondata
dentro un cuscino d'acqua azzurra
obbligando agli straordinari
quelle cenerentole delle stelle
che non vantano neanche
il minimo sindacale…
(…)
 



La nave dei folli di Giovanna Iorio (Roma)



Giovanna Iorio vive e lavora a Roma. Ha tradotto testi di poesia e di narrativa. Per Einaudi La Vergine nel giardino di Antonia Byatt. Per Mobydick Dopo Lungo Silenzio, otto poetesse irlandesi. Per le edizioni Via del Vento i volumetti: Falene di Eavan Boland; Scene da un bordello di Medbh McGuckian. Per Trauben Edizioni Testo di Seta di Eilean Ni Chuilleanain. Ha pubblicato racconti e poesie in antologie e in volume. Tra le pubblicazioni recenti: 100 storie per quando è troppo tardi, AA.VV. (Feltrinelli); Roma per Roma (Edizioni Progetto Cultura); Il libro degli oggetti smarriti ne La forza delle parole, Fara Editore; Rosso da camera, AA.VV. Perrone Editore; La mamma è la mamma, Mondadori; La memoria dell’acqua, Ghaleb Editore; Mare Nostrum, CFR; In-chiostro, Delta3; L'altalena del satiro in Percezioni dell’invisibile (L’Arca Felice, AA.VV ). È autrice di narrativa breve per Storiebrevi.it, il sito della Feltrinelli e dell'ebook Sei storie adrenaliche (AA.VV.). Per il Cantiere di Radio Rai 3 ha scritto i radiodrammi: Il delitto dello spazio misurato, La fine del mondo, L'uomo in ritardo e I sei piani con le musiche del Notturno Concertante.

Redattrice del blog Letterario “Finzionimagazine”, si occupa di recensioni e di due rubriche fisse: Tempo di Leggere e Bookatini. Scrive quotidianamente sul blog Amici di Letture e di Leggerezza. A settembre usciranno la raccolta di haiku Al cappero piace soffrire (Edizioni Progetto Cultura) e la silloge Una Venere nel Tevere (CFR).



Splendide poesie drammatiche, capaci di denunciare e sensibilizzare senza diventare mai retoriche. Ha ragione il poeta a ricordarcelo: è sempre presente il rischio che la nave dei folli possa salpare ancora. (Claudio Roncarati)


Il duro viaggio di un’umanità alla deriva sulla nave dei folli, che a volte lascia sulla spiaggia una perla, è raccontato in versi nitidi che condensano dolore, solitudine, speranza. (Caterina Camporesi)


Premio, di questo testo, la volontà di creare un elaborato coerente, e soprattutto l'idea, molto originale, che poteva sicuramente essere svolta e trattata in un modo migliore, ma che sviluppa a suo modo uno stile in linea con il tema trattato. (Federica Volpe)


La nave dei folli


“Consuetudine medioevale all’inizio della primavera nelle Repubbliche Anseatiche, tutti i pazzi, i diversi, i giullari, gli squinternati, compresi eretici, liberi pensatori e prostitute irregolari, venivano a forza imbarcati su una nave priva di timone alla deriva.  Il vascello veniva poi trascinato al largo e affidato alle correnti ascendenti che lo accompagnavano immancabilmente al Nord, nel Baltico, fra i ghiacci.” (Dario Fo, Il Matto e la Morte)


“Io non parlo secondo Dio, ma come se fossi un folle.” (San Paolo)


1.

La nave dondola
al largo scarpone senza lacci
legno senza timone.

Ero una bambina
nuvola in una bottiglia
caduti in mare occhi
che sanno nuotare per ore.

Ecco la nave dei folli
disse la donna
la voce tagliata
dal gelo del vento
parole sgorgate
dal petto.

Ecco la nave dei folli
salpa a primavera
gabbia di derelitti uccelli senz’ali
mendicanti donne uomini solitari.

Ecco la nave dei folli
gabbia che ci attende tutti
negli angoli bui
passato che torna a riva

nel lampo improvviso di un dente d’oro
nella bocca della zingara
uno specchio d’acqua
cattura allodole.

Ecco la nave dei folli
mia silenziosa bambina
in rotta verso i ghiacciai
con i lacci sciolti

ombra che avanza
ventre gonfio che sfiora
il molo.


2.

Ero una bambina senza parole
aggrappata alla ringhiera
la bocca sulla pelle del mare
dolce bacio d’acqua salata
guardavo i gabbiani e scesi a frugare
a beccare un’ ombra.

La nave dei folli
scalzi storpi straziati
camminano sui carboni ardenti
sulle pietre che hanno dentro
le voci.


3.

Il primo a parlare è
il matto.
 

Si torce la lingua
ha in bocca una spugna
imbevuta d’aceto

una smorfia di carne
appollaiato sull’albero
uccello risorto attaccato alla croce
della nave dei folli

urla ai gabbiani
dalla torre di legno
un crocefisso tormentato
sulla gente assetata

s’aggrappa alla voce
tre giorni per risorgere
dice suo padre.



Avvicinati bambina
Dimmi: chi ti ha mangiato
la lingua, dimmi
chi è stato?

- Il gatto.

Dimmi chi ha messo
il pesce in gabbia

- Il ratto.

Portami polenta fritta, io sgrano
il rosario di parole
sulla nave dei folli.


(…)





Terzi classificati ex aequo



Trittico di Domenico Cipriano (Guardia Lombardi, AV)



Domenico Cipriano è nato nel 1970 a Guardia Lombardi, in provincia di Avellino. Già vincitore, per la poesia, del premio Lerici-Pea per l’inedito nel 1999, ha pubblicato la raccolta Il continente perso (Roma, Fermenti, 2000; 2a. ed. 2001), con introduzione di Plinio Perilli e nota del musicista jazz Paolo Fresu (libro vincitore del premio Camaiore “Proposta” 2000 e segnalato al premio Eugenio Montale 2000). Nel 2010 ha pubblicato Novembre (Massa, Transeuropa, prefazione di Antonio La Penna), raccolta nella rosa finalista al premio Viareggio 2011. Una silloge dedicata al terremoto dell'Irpinia del 1980, con accluso il cd di Pippo Pollina Ultimo volo. Orazione civile per Ustica. Ha pubblicato inoltre libricini da collezione, quali: L’assenza (Pulcino Elefante, 2001), La pelle nuda delle stelle (Ibridilibri, 2008), L’enigma della macchina per cucire (Edizione L’arca Felice, 2008). Ha pubblicato il CD di jazz poesia Le note richiamano versi (abeat records, 2004). Organizza premi, eventi poetici e musicali, collabora con artisti e attori, con varie riviste e associazioni culturali, codirige la collana poetica “Pietre vive”. Ha ricevuto numerosi premi. Web: www.domenicocipriano.it



Versi limpidi, intensi, intrisi di empatia narrano le dolenti vicende dell’emigrazione forzata di un uomo, nato nel Sud negli anni trenta. La poesia lo riporta in vita simbolicamente  nel paese che ancora non lo riconosce figlio. (Caterina Camporesi)


Trittico con introduzione per Felice Fischetti e una poesia sciolta

Intro.
Ti riesumo stasera scrutando
nella piazza il simulacro
della tua generazione
con il sipario aperto tra
luci spente per la recita.
Parole ampliano la visuale
di fronte al mondo consumato
i cocci si ricompongono piano:
rafforza la tua simbolica presenza
Poesia nata dagli occhi spenti
della tua silenziosa assenza.


1.

S’infrange il cuore vermiglio
garrisce la vita, il suo appiglio
riarso nel vago, il lago imbrattato
dal canto d’uccello che tocca
collima con l’acqua il suo becco.

Stordito dal fremito deraglia
il pensiero in un borgo
dal parlare volgare, le cime
più nette di alberi alari
gli uccelli elementari volano
più alti del sogno: schiudono
il becco al tuo gremito regno.


2.

Lasciamo che dormano
i morti della nostra anima
non turbino i giorni
con le loro tenebre.

Gli uccelli beccano il pane
nell’inverno dei cuori
lasciamoli al freddo
con le briciole salate

fino all’ora avida del tempo
che dona volto nuovo
strappando il pendolante lembo.



3.

Tornerai qui dove sei nato terra
paese che ti disconosce figlio
non sa del tuo pascere le vita
dei grandi uccelli che invadono
i tuoi tigli, i ginepri fioriti
le rose vermiglie nascoste
tra le parole antiche, espressioni
nette a sconvolgere ogni segno,
le fratture della transumanza
che porti in giro nelle tue parole
isole lontane, dove il mare duole.


Felice Fischetti è nato a Guardia Lombardi nel 1931 e morto nel 2005. Nella vita è stato “carrettiere e contrabbandiere nell' Italia degli anni Quaranta, minatore in Belgio e in Francia, soldato della Legione Straniera in Algeria” ed operaio in una fabbrica della Barriera di Milano, per poi finire, a causa di disturbi mentali, nel manicomio di Collegno. Ha pubblicato in vita, la raccolta di poesie dal titolo: “Versi del Pensiero Mistero” che ebbe apprezzamenti da Natalia Ginzburg





Con-senso al mondo  di Ulisse Fiolo (Campolongo Maggiore, VE)



Ulisse Fiolo: Mira (VE) – 17/01/1972. Da qualche tempo trasferito a Campolongo Maggiore (VE). Licenziato ingiustamente e da anni senza lavoro e in causa sindacale contro l’ex coop. di servizi in ULSS13 a Dolo (VE). Vive di musica, ma campa di umili lavori. Co-fondatore, con l’amico poeta Gian Pietro Barbieri, del nucleo-resistenza-poesia LaDuraMadre per letture musicate, specie in ambiente. Pubblicazioni: Per (semplice) respiro, Ed. Prometheus 2000; Nove poeti esordienti, campionature di voci locali, Ed. Diapason&Naima 2002; Sarà-jevo? Diario di viaggio, AUTeditORI 2004; Pagine Scritte, Mira (VE) 2007; Brónse e seménse (scàmpoi de diaèto), Edizioni d’If 2010; Il ricatto del pane, antologia sul senso del lavoro, Ed. CFR 2012; Fragmenta – antologia vol. II, Ed. Smasher 2013. www.facebook.com/UlisseFiolo72



Ho scelto questa silloge di poesie perché le ho trovate pure nelle immagini riportate e al tempo stesso curate nel modo di riproporle. Testi molto empatici che mi hanno colpito e una certa dose di spregiudicatezza che a mio avviso rendono tale silloge molto interessante. (Guido Passini)




I folli sentono che li comprendo?



È cominciato tutto

ad un campeggio estivo con il prete –

ero alle medie, 13 anni forse:

c'era una ragazzina

che tutti quanti non consideravano,

aveva strani segni di traverso

sulla carne dei polsi,

le si vedeva l'assorbente sporgere

dai calzoncini corti –

occhiali spessi, non parlava mai;

si chiamava Serena,

ma non lo era affatto.



Dopo un poco iniziò

a disegnare cuori sul mio nome

in lista di corvée,

mi stava appiccicata – muta – addosso

quand'ero con gli amici:

sentivo che soffriva e non l'ho mai

respinta, anche se un giorno

ho inventato una storia con un'altra;

volevo desistesse,

invece uscì di testa: cancellò

i cuori ed il mio nome, tirò rami

addosso alla mia tenda, pianse.



Ricordo solo che alla fine venne

un'ambulanza per portarla via:

è matta, poverina,

ripetevano tutti – nel silenzio

dei prati sotto il sole, in mezzo ai monti;

a me invece è rimasto

il dubbio che l’amore

non corrisposto sia la malattia,

e mi davo la colpa

d’essere stato troppo buono, il solo

che non la derideva e la capiva

nel suo bisogno di autentico affetto.



Da allora, io espio –

perseguitato dalla mia innocenza:

il dramma si ripete all’infinito,

mentre i miei sentimenti

nessuna mai li ha ricambiati ancora;

una volta, ho creduto fosse amore:

invece era il furioso

abbarbicarsi di due solitudini;

finì nel peggior modo

possibile, e ricaddi ancora e sempre

nel vuoto da cui vengo,

e a cui ritorneremo – il vero grembo.







Le cose che io solo so di te        



I fremiti che hai quando ti addormenti

nell’ansia in cui il tuo cuore spesso inciampa,

il ridere che fai nel dire “bœh?”

nel tuo dialetto misto – di frontiera;



il tuo dimenticarti tutto aperto –

cassetti porte sogni braccia e cuore,

la frangia spettinata dall’amore

e il ravviarla subito – arrossendo;



i tuoi gilé annodati alla vita

e i maglioncini a collo sempre alto

per timore di essere scoperta,

nel pudore dell’essere ammirata;



il tuo dàrmiti intera in ogni stretta,

le tue mani come ali nel parlarmi,

i tuoi gesti d’uccello – il passo-volo,

la musica che fai quando ti muovi;



la tua voce che accoglie terra e cielo,

il tuo sfuggirti e rincorrerti in versi,

il timido non esserti all’altezza,

come una bimba che non riesce a reggersi;



il profumo di pane dei capelli,

il latte dei tuoi seni – miele estivo,

la bionda origine della tua pelle

negli esili sorrisi che elargivi;



l’Oriente che hai negli angoli degli occhi

e il Nord che soffia azzurro dalle iridi,

la bocca languida – sensuale e ròsea

e il tuo bacio – viaggio oltre le stelle;



le vette degli zigomi e delle anche

e la valle dell’Eden del tuo ventre,

il prender la mia vita nella tua

come si mette carne nella carne;



il tuo sentire estremo – travolgente,

il tuo amare tutti – come odiarli,

i tremori segreti di famiglia,

la gioia insuperabile dei figli;



il tuo adorare il mistero di Proust,

il tuo scolpirti in me nelle carezze,

l’essere indescrivibile che ho amato

e che ora in ombra di memoria vive.

(…)





Maggio di Mauro Nastasi (Cattolica, RN)



Mauro Nastasi è anestesista-rianimatore e – dopo precedenti esperienze lavorative a Bologna e Imola – attualmente presta servizio presso gli Ospedali di Riccione e Cattolica dell'AUSL Rimini. Ama la lettura e il cinema e talvolta scrive.



Una silloge che ha catturato la mia attenzione soprattutto per il senso di libertà che ha concesso alla lettura. Seppure parliamo di temi a volte difficili da gestire o da prospettare senza essere banali, ho trovato questi testi ampi e cosa che personalmente prediligo nella poesia l’apertura che il lettore può dare al testo che non presenta un tema fine a sé stesso ma può essere letto in più di una chiave interiore. (Guido Passini)



In particolare per La nave in bottiglia, un bel componimenti ermetico, che sarebbe piaciuto a Søren Kirkegaard ma anche a Sigmund Freud, che in quelle navi in bottiglia avrebbero visto il senso del soffocamento e contemporaneamente la capacità di evadere attraverso il sogno. (Angelo Chiaretti)





Maggio



Le litanie si sollevano

Tra le nuvole d’incenso

Il chierico legge le preghiere

E il prete sonnecchia

Sognando altari d’oro

E agnelli di Dio

Di mandorle e marzapane

Dalle finestre lo sbattere d’ali

Di alcuni piccioni straniti

Dal suono delle campane

Distrae per un attimo

Lo sguardo sognante

Della signora in nero

Che aspetta la sera

E maledice la notte

La sua solitudine corposa

E le lenzuola fresche di bucato

La strada al di fuori è un budello insensibile

Che porta a nord e a sud

E soprattutto da nessuna parte

I platani in file longitudinali

Regolano i movimenti del vento

È maggio solatio

E le rose rosse di uno sconosciuto balcone

Baciano i piedi di creta

Di una improbabile Madonna



I demoni sono seduti tra le panche

A cospargersi il capo di cenere

Aspettando il momento in cui finalmente

Un errore del chierico segnerà la fine

E l’inizio di un gioco sensuale

Durante il quale prete e donne

Santi e beati giocheranno perversi

Alla ricerca della felicità

I demoni hanno malinconici occhi

E membra deformi

Qualcuno li vede e stupisce

Altri ignorano le abnormità

Una candela si spegne ed una s’accende

Il gioco delle luci

Anima le stazioni del rosario

Le preghiere sono dense come le volute di fumo

E gli intervalli di silenzio

Sono riempiti dal rumore del martello

Che inchioda Cristo alla croce

Non sangue né urla

Non pianti né parole vaganti

Ma un clangore metallico

Che spacca le ossa

Quando finirà questo dolore infinito

E quando gli angeli torneranno a giocare coi demoni

Scambiandosi baci e carezze proibite

Quando la luce splenderà di nuovo

Quando

Il prete si sveglia da un sonno durato

Un pater un’ave un gloria

E distratto rifugia la mente

In un sentiero infantile

La visione del chierico lo turba un istante

Fino a quando l’oscura quotidianità

Non risorge dalla sua pelle cadente



Il sole tramonta nella sacrestia

Lasciando ombre di luce

E trasformando i crocifissi dorati

In lacrime di fuoco

Al chierico ricordano i dannati

Le immagini del dolore eterno

Che turbano le sue notti

Gesù mi salvi

Sembra gridare

Dalle pagine di un catechismo

Studiato a memoria

E mi protegga dal male

Guarda le nuvole che si intrecciano

Ai rami dei platani

E si sorprende con le lacrime agli occhi

Pensando per la prima volta

Al mistero della morte

Gesù mi salvi e mi conservi il cielo

Il prete ascolta paziente

I miei peccati

E indaga curioso tra le pieghe

Degli errori quotidiani

E’ dura la via della salvezza

Che passa tra ostie e ampolline

Legata alla fragilità

Dei propositi di non peccare più

L’assoluzione giunge propizia

E il chierico solleva lo sguardo alla croce

Finalmente degno

Tra i platani

Le urla dei fanciulli

Annunciano la sera

L’aria è tiepida tra gli echi e le rincorse

E il futuro si nasconde ancora

Nel verde di collina



E’ maggio solatio

E una città di mare si sveglia

Al limitare dell’estate

Torpida e sazia

Profumata di rose e di sabbia



 (…)




Quarti classificati ex aequo



Codice Contadino di Vincenzo D’Alessio (Montoro Inferiore, AV)



Vincenzo D’Alessio è nato a Solofra (AV) nel 1950. Vive a Montoro Inferiore (AV). Laureato in materie letterarie all’Università di Salerno, ha ideato il Premio Nazionale Biennale di Poesia “Città di Solofra”, ha fondato il Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e la casa editrice omonima. Ha pubblicato diversi saggi di archeologia e storia locale e le seguenti raccolte poetiche: La valigia del meridionale (1975), Un caso del Sud (1976), Oltre il verde (1989), Lo scoglio (1990), Quando sarai lontana (1991), L’altra faccia della luna (1994), Costa d’Amalfi (1995), La mia terra (1996), Ippocampo (1998), D’amore e d’altri mali (1999), Elementi (2003), Versi di lotta e di passione (2006). La raccolta Figli (2009) è dedicata al figlio Antonio, prematuramente scomparso. La silloge Padri della terra è inserita nell’antologia Pubblica con noi 2007 (Fara) che raccoglie le opere dei vincitori dell’omonimo concorso, mentre La solitudine dell’iceberg è stata inserita, sempre per i tipi di Fara, in Creare mondi, antologia dei vincitori del concorso Pubblica con noi 2011. Con l’opera La valigia del meridionale e altri viaggi (Fara 2012) ha vinto la targa GAL Partenio per “la poesia dedicata alla terra irpina”.



Quanta emozione nel leggere questi versi e sentirli scivolare addosso nel sudore che cola lungo la schiena o fra le dita delle mani grattugiate dalla dura terra, che dunque non riescono piu' ad accarezzare dolcemente un volto femminile! E pensare, poi, all'ipocrisia arcadica di chi volle farci credere che i pastori/contadini sono poeti discesi dal cielo. (Angelo Chiaretti)





Codice Contadino
 

Dio,

dammi una zappa!

Non un trattore

accecami nella luce

del sole fammi colore

portami l’acqua:

la beva la terra che

spacco, vestimi di grano

per non andare lontano

fai partorire gli animali

latte di mucca lana

di pecore  Ungi la falce

ché mieta il frumento

raduna il vento

sulle nostre aie   Domenica

verrò all’altare a pregare! 



*** 


Il perimetro che indosso

è stretto quanto si aspettano

Ho sempre evitato la ricchezza
preferisco l’onestà civile
come la chiocciola

nel pollaio di mia nonna:

accolgo i pulcini sotto

le ali e becco chi li tocca.



Implode la parola di Vincenzo Gabrielli (Montefiore Conca, RN)


Vincenzo Gabrielli nasce nel 1976 a Rimini, ma rivendica con orgoglio sangue ascolano nelle vene. Dopo una non-laurea in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Urbino (finisce gli esami ma non scriverà mai la tesi), dal 2004 lavora all’AUSL di Rimini come Assistente Amministrativo. Si distrae con il cinema, i libri gialli e la musica indipendente. Scrive poesie a tempo perso immaginando di fare colazione con Sylvia Plath, Sandro Penna ed Eugenio Montale.



Il ritmo è forte, estremamente incisivo; un metronomo di battute sincopate, implacabili nelle pause e nelle riprese. Asfittico nel tema, recupera ossigeno negli echi del decadentismo poetico. (Andrea Parma)


Implode la parola

ad un pensiero insano ―



S’avvelena il sangue

sulla ruggine

delle tue lune passate



e disillude la stagione

di questa luce nuova.



Resta fra le mie dita

un’istantanea sovraesposta.



***



Un demone distratto

trafigge a caso

le mie viscere

con la sua lancia:



scaglie di pensieri

fendono veloci

la superficie della mia anima

ormai nuda



e un dolore nuovo

mi spinge oltre la soglia,



a naufragare

sulle spiagge aliene

di quel che è stato.



Ferino è l’urlo

che sale al cielo

dai miei pugni serrati:

impossibile sfiorare

la corda segreta

che d’altri

fu il compiuto abbraccio ―



Quale condanna

intravvedere il brillio

del tuo prezioso nucleo,

irraggiungibile meta

per le mie dita lontane.


***



Esplose le orbite

si riallineano i pianeti

in questo nuovo sistema ―



Priva di luce

la mia parte di volta

memore di un sole

lontanissimo e mai avuto.

(…)



Segnalati con sola pubblicazione nel blog farapoesia

Autismo giocoso di Thuy Lan Francesca Ritondale (Milano)

Thuy Lan Francesca Ritondale di orgini vietnamite vive a Milano dove frequenta la seconda media, suona il violino e pratica scherma.

Ho scelto di votare questa poesia perché mi ha emozionato. Una poesia che porta una ventata di freschezza ad un tema che spesso viene lasciato a sé. Complimenti all’autore capace di toccare un tema cosi in maniera semplice, snella e convincente. (Guido Passini)



AUTISMO GIOCOSO

Mi ritorni in mente…
Io allora sapevo già scrivere,
tu appena parlare.

Disegnavi però.

Nell’aria,
su un foglio,
quei piccoli segni tracciati
eran per me
poesia.

Come quelli di un gatto
rifulgevano i tuoi occhi
al vedermi.

Dicevano di te che avevi la mente altrove
e stavi chiuso in te stesso
come in una fortezza vuota.

Un giorno,
inaspettatamente,
 apristi un varco
e  mi facesti entrare.

Disegnavi farfalle,
angeli,
e ridevi,
sovrano incontrastato
di quel tuo ovattato mondo.

Quel giorno disegnammo insieme.

Nell’aria,
su un foglio,
quei piccoli segni tracciati
furon per noi
poesia.

Dicevano di te che avevi la mente altrove
e stavi chiuso in  te stesso
come in una fortezza vuota.

Non sapevano che quella tua risata,
che a tratti  scoppiava,
allegra e improvvisa,
nell’aria,
destava dal sonno della pietà
le anime  vuote  altrui
e a me,
tua prima compagna di giochi,
scaldava e colorava
il cuore.



Disordinatamente di Marco Mastromauro (Verbania, VB)

Marco Mastromauro è nato a Verbania. Vive a Novara , lavora a Vercelli. Ha pubblicato poesie sulla rivista "Alla Bottega" e, dal 1995, ha collaborato al trimestrale di cultura e arte "Contro Corrente. È autore delle raccolte di poesie: Anime confinate (Milano Libri, 1992), Cuba (Ibiskos, 1995), Memorie da un pianeta (Contro Corrente, 1997), Eros, Trinidad e altre poesie (Oppure, 2000), Fraintendimenti (ebook - Prospero Editore, 2013). Sue liriche sono presenti in alcune antologie, e alcune sono state pubblicate, in passato, su alcune riviste.

Interessante l’uso della ritmica, irregolare e musicale assieme; quasi una canzone con immagini romantiche e insieme taglienti sotto traccia. (Andrea Parma)


Disordinatamente

Disordinatamente ancora
qui vicino ignaro del domani
se pure come assente dal gorgo
ma vigile nell'oro che si sgrana
dal sole mattutino
fino a questo territorio di polvere
e trasbordo
un cuore traballante che silente
vaga altrove e non si sana
perché sale alla gola inavvertitamente
e poi subito giace
in dormiveglia sognante
di me si compiace
suo unico tesoro.


Dismisure

Trasognando di nuovo
rimani seduto fra tepori di nuvole:
è mattina, il risveglio, mormorio
dissonante, viene, lento,
scalcinato silenzio benedetto
da ordini prevedibili, invocazioni
esiliate in piaghe di dimenticanza.
Ti circonda, ti raggira, anima
avversaria d'ogni titubanza e
parola, l'angelo assetato, luminoso,
caracollante su queste vie
che si prolungano a dismisura
tra ordinari impedimenti
e visioni mirabolanti…


Compassionevoli

Dimoriamo compassionevoli
su questo letto che dà rifugio
alla notte dove radice d'ostinazione
enorme sta sopra le membra
e cresce in tronco antico
verdeggiante freschi licheni:
non ci siamo arresi alla malasorte
e al dispiacere perché di noi è
questo fragile soprassedere
all'informe trama d'incomprensibili rotte
senza vele né timoniere,

perché non altrove, non al buio viene,
dell'amore, il suo rassicurarsi in te
che illudi
sgomitolando ogni giorno, ogni ora,
un "forse" sospeso,
incessante, da ingarbugliate attese.



Dicembre 1998 - Giugno 2013

Conficcata nella stanza
roverella sottile
fiamma che si spegne
sotto la cenere del pensiero:
ecco sorrisi disadorni
occhi socchiusi
profili reclinati…

Di te, madre
che per mia fortuna ti rinserri
e tramuti,
ho trattenuto storie,
allegre noncuranze,
gentili parole.

---

Filtra riverbero sulla sua fronte.
Lui resta, piedi sulla terra,
a Santa Rita devoto, e
mi affronta risoluto
ignorando avvisaglie
che il mutevole cielo
ci riserba.

Del padre, che è stato vanto,
al tempo, poco o tutto, ho ceduto:
l'osservo, esitante, mentre nient'altro
rassicura se non dimenticanze,
rimpianto che non dice il tanto che tra noi,
ora, resta alla fonda.


Come ti vedo

Come ti vedo, tra gli sguardi
e i balenìi di un rosso appena
tramontato, che solletico alle dita
dei tuoi piedi sottili sull'erba
luccicante e alata, che solitudine
imporpora le guance e punge e
trasalisce: non disperarmi,
non darmi voce, chiudi
questo brillìo in te, oscurami,
dammi pace.


Fino a Te

Avvezzo a scombussolati timori
alle finzioni dei prodigi quotidiani
ai colpi inferti da involontarie
apprensioni… Mi rispondo che sì,
il putiferio s'è ammassato da tempo,
nell'oggi e nel domani, non avendo
negato promesse, chiuso spiragli,
ostacolato intromissioni. Così
mi appello al Tuo silenzio, al vuoto
che la Tua assenza mi ha lasciato.
Mi aggiro tra gli scherzi di un destino
inumano e spero, spero senza alcuna
misura, mi ostino a perdermi
fino a Te e al mio sogno di pellegrino,
ad estenuarmi d'arsura.



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