“Dove ancorare il cuore?”

recensione di AR su La firma segreta di Franco Casadei (Itaca 2016)

http://www.itacaedizioni.it/catalogo/la-firma-segreta/Ho scelto come titolo un verso tratto dalla poesia (di evidente ispirazione foscoliana) La sfida dei sepolcri (p. 17) perché rivela il nocciolo della poetica di Franco Casadei, medico che ben conosce le debolezze umane (fisiche e non solo) e che vive un cammino profondamente cristiano («Non è l'indifferenza delle nuvole / che ti permette di stare davanti al male, / ma quella croce forse / e l'accettarne ogni mattina / un piccolo framento sulle spalle.», Il male di vivere la croce, p. 32), di concreta testimonianza nel prendersi cura di chi è nel bisogno (non a caso diverse poesie qui raccolte nascono da un dialogo con articoli ed editoriali di Marina Corradi, giornalista molto attenta e sensibile alle più varie problematiche contemporanee). Ritorniamo al verso che amo particolarmente per l'uso del verbo ancorare, anche a me caro in quanto racchiude non solo il senso di gettare l'ancora, di aderire a qualcosa (o meglio a Qualcuno) di affidabile, ma anche quello di eternare, di far sì che l'avverbio ancòra si iteri indefinitamente: il cuore dell'uomo desidera non solo la felicità ma anche un “dove” che perduri, “un centro di gravità permenente”, direbbe un altro Franco.
Il libro è diviso in quattro sezioni, la prima è “Periferie” (che si apre con una citazione di Pavese in cui si parla dello «sforzo di star vivi d'ora in ora») a cui appartiene la poesia che abbiamo citato e da cui riportiamo qualche altro lacerto: «gli ultimi tre avventori inchiodati / al banco come insetti di una collezione» (“Nighthawks” Nottambuli, p. 14, ispirata a un dipinto di E. Hopper); «nel fondo dell'Africa muiono a schiere / i figli delle guerre e della fame. // Tutto è compiuto, / anche il dolore manca.» (Il Lacor Hospital di Gulu, p. 22); «Per il viaggio duemila euro a testa / in contanti, la gente tremante / raggomitolata sul ponte. // (…) // Allora soltano il rumore del mare / che d'improvviso pareva  / un immenso animale che li guardava.» (E quanto nero e immenso è il mare, p. 23); «rimane sempre vivo / il bisogno di una porta aperta, / di una storia alla quale appartenere.» (Le periferie umane, p. 28). Vorrei riprodurre integralmente la poesia inziale, I girasoli, di splendida forza visiva alla van Gogh: «Solenni e fieri / nel colmo dell'estate // a inizio autunno, / a capo chino / come seni stanchi, / una schiera di soldati / annichiliti e vinti.» (p. 12).
La seconda sezione, “Partire o stare”, ha in esergo versi ungarettiani che si concludono col distico Cerco un paese / innocente, ed è dedicata appunto al girovagare, all'errare, al migrare, al decidere:  «volteggia il condottiero / in ampie curve, si alza, / vira si agita la flotta, / nel fremere dell'aria / diventa geometria / memoria di un altrove» (Come rondini sospese, p. 36); «per andare altrove / non occorre andarsene lontano, / ciò che sta oltre il segno / richiede un istante di libertà, di sosta» (Otre il segno, p. 39); «le locomotive e i loro affacciarsi ansante / come di animali che / – per tornarsene alla tana – / annusino le impronte» (Le stazioni, snodi di destini, p. 40); «Adagiati sulle case degli uomini / i tetti sembrano ali aperte sopra un nido, / groppe pazienti di animali.» (I tetti del borgo antico, p. 41).
La terza sezione, “Maria, tutte”, cita in apertura alcuni versi di Pär Lagerqvist che si chiudono con questi: … ed è ancora lei / che un giorno ho amato, / tutto ciò che è stato esiste ancora. Poesie dunque dedicate all'altra metà del cielo: «è una guerra il parto / vita che esplode» (Diventare madre, p. 49); «Lasciati riempire di stupore quando / – nel primo riconoscerti – / ti dirà tacitamente: eri tu / quel buio morbido che mi sentivo attorno!» (Eri tu, p. 50); «Delle trincee delle Tofane / avevo sentito i vecchi più volte raccontare, / ma ciò che mi colpì, di quell'elmo, / fu una scritta, rigata sopra con un coltello» («Mamma, se posso torno», p. 57).
L'ultima sezione, “Se non si muore”, cita in esergo Giovanni 12,25: Se il chicco di grano / caduto in terra / non muore… si parla dunque di morte e rinascita: «A ottobre il far della sera / pare l'ora del convenire / di anime lontane.» (Tramonto di ottobre, p. 60); «Ferita e vuota / la terra nelle zolle rivoltate, / aperta all'annidarsi di sementi» (Gli alberi con le chiome spoglie, p. 63); «Nell'aria vagabonda / un'ape zelante / trasforma il sole in miele: / lei sola dà fiducia all'auspicio.» (Indolenze estive, p. 67); «Niente rinasce se non si muore.» (Se non si muore, p. 70). Questo è il verso che chiude il libro: in fondo anche il poeta deve un po' morire a sé stesso, lasciarsi percorrere dalla vita, immedesimarsi negli altri, farsi voce e portavoce, sentirsi umile parte di un creato sempre sorprendente, di un'umanità a volte cinica e crudele, altre volte amabile e accogliente. I versi di Franco Casadei creano immagini a tutto tondo che ci restano dentro, esprimono sentimenti veri e “coinvolti”, fanno pulsare il paesaggio e la natura  e ci mettono dentro il vivere ricordandoci che abbiamo delle responsabilità perché dietro ogni cosa, ogni volto, ogni evento c'è La firma segreta.
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