mercoledì 24 maggio 2017

Il testamento ardente e sincero di una voce stupenda

Angela Caccia, Piccoli forse, Lieto Colle, “Collana Blu”, 2017, pp. 88

recensione di Vincenzo D'Alessio

http://www.lietocolle.com/2017/05/lietocolle-duemiladiciassette-angela-caccia-piccoli-forse/
 
 

La raccolta di poesie che reca il titolo Piccoli forse scritta da Angela CACCIA è divisa in quattro parti: “La torre campanaria”; “Dal grande terrazzo”; “Dalle sughere e dalle pietre” e “Da una casa sull’albero”, esse formano una parte del testamento terreno della poeta.
Giunta alla maturità, la parola poetica chiede alla Nostra un posto immemore nell’esistenza e nella scrittura: magma cogente da troppi anni in viaggio verso la luce.
L’io guerriero gareggia con la parola distendendola nelle diverse direzioni: l’amore verso sé stessa; l’amore verso la persona amata, i figli, i genitori; ora l’amore verso i luoghi e la memoria, il mare e l’energia che lo governa.
Non è facile seguire il racconto che si snoda nel labirinto della mente poetica: raggiungere le forme reali da quelle volutamente inventate per allontanare l’avversaria che emerge e compare già nella seconda poesia a pag. 16:

“(…) (fosse tua la perdita, o mia, mi abituo / a declinare la parola morte, denominatore / che non fa sconti a chi resta)”

Le piccole gioie (forse) s’incamminano nella vita della Nostra e si congiungono alle vite degli altri. Gli ambiti dove tutto si svolge vorrebbero essere chiusi in un’ampolla di vetro, sottratta alla ruggine della sorte.

La rosa è il fiore che prevale ed emerge in tutta la raccolta: metafora della bellezza, della purezza, del profumo, essenza del magico momento della Creazione. Lo stelo spinoso è la difesa dalla caduca esistenza.

Eppure le rose che muoiono hanno accanto boccioli: credono nella continuità della vita.

Angela Caccia crede e narra ai suoi piccoli la storia dell’Umanità, dal suo terrazzo sul mondo, in questi versi:

“la rosa, quando s’apre / s’apre all’azzurro / le brilla il sole sulla fronte / io che conosco le case / velate di pioggia, l’avanzo / della notte che ammorba / l’aria del mattino voglio / di me una stilla / nelle tue arterie, un puntino / sulla cartina muta del cuore” (pag. 28).

L’affetto è voluto nella continuità delle piccole vite, delle piccole cose, dei grandi sentimenti.

L’intera raccolta vibra di questa intensità. L’io poetico si arrampica sul foglio di carta per trasfondere l’energia del creare (poiein), del generare ancora, mentre la farfalla batte le splendide ali contro il vetro in cerca dell’uscita verso l’Infinito:

“è una ferita la bellezza / che non si infilza sul foglio / un dolore acuto e gustoso / in cui l’io- felice - si dibatte / e sbatte come l’insetto ai vetri” (pag. 44).

Come non cogliere qui la similitudine con la “larva argentea” che Trimalcione presenta ai commensali nel Satyricon di Petronio Arbitro: Ergo vivamus, dum licet esse bene.

Stupendi sono i versi dedicati alla madre e al padre. Belli, forse, i momenti in cui la memoria è alla ricerca del nutrimento di questi versi e di altri ancora:



“(…) la vita è il punto di non ritorno / la grande rivelazione e il grande / inganno – e io credevo d’essere / a una prova, e invece ero al debutto” (pag. 77).

Sincera prova poetica, questa, per Angela che ho scoperto già nelle due precedenti raccolte: Nel fruscio feroce degli ulivi e Il tocco abarico del dubbio entrambe pubblicate presso le Edizioni Fara di Rimini.

Chiudo questa breve recensione alla raccolta della Nostra accostandole i versi di una poetessa a me cara, Ada NEGRI, che raggiunge con la sua voce il nostro tempo:

“(…) pungere in te già senti anche le spine / del rosaio, vermiglie come il sangue. / O fortunata, se goderti prima / puoi sì gran doni, che nel chiaro aprile / saran di tutti! Gusta il tuo segreto /(…) raccogli, fin che non sian nate e mano / capricciosa le brancichi, e tallone / duro le schiacci!” (Presagio).

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